giovedì 31 agosto 2017
mercoledì 30 agosto 2017
martedì 29 agosto 2017
lunedì 28 agosto 2017
sabato 22 luglio 2017
Fuori, nel mondo, l'estate si trascina morente...
"...Questa era Golcônda e questa fu, per sette sciagurati secoli. Qui Deimno’shin’n fondò la leggenda della Bestia, dell’Urbe dei Dannati e della Gehenna del Re Demonio. Una leggenda tanto terribile e radicata da sopravvivere nella cultura di molti popoli anche a distanza di millenni. Qui il sangue scorse nelle strade e l’Entropia ribollì nelle piazze. E qui colui che, folle di bramosia, ha risvegliato l’antico flagello trova un rifugio sicuro nell’impaziente attesa di ridare vita alla leggenda.
Quattro figure s’appressano agli antichi bastioni della città. Non sanno molto della lunga storia della mostruosa creatura di pietra nera che usurpa e oltraggia l’intera valle. Conoscono i nomi con cui molti prima di loro l’hanno appellata – Sangue, Sofferenza, Disperazione, Morte – ma per loro sono parole vuote che poco spazio trovano nei cuori già colmi di determinazione e cupa inquietudine. Hanno un obiettivo da perseguire e, dopo tutta la strada che hanno percorso per raggiungerlo, nelle loro menti stanche c’è posto per un pensiero soltanto: arrivare in fondo.
Fuori, nel mondo, l’estate si trascina morente sul sentiero delle ultime settimane. Laggiù, nel bel mezzo del sepolcro delle Montagne di Smeraldo, l’aria è attonita e sbiadita, colma del puzzo metallico del sangue. Sembra in attesa di quello che accadrà. Nel cuore della Gehenna, potrebbe essere qualsiasi stagione.
Oppure nessuna."
venerdì 23 giugno 2017
Il Crepuscolo - 2
"Rudger Rembrandt, Primo Generale di
Saëgata, osservava sconcertato lo sfacelo del presidio di frontiera nel vallone
sotto di sé. Alle sue spalle, la truppa mormorava. Era stato lui, allorché gli
esploratori gli avevano riferito delle colonne di fumo che si levavano dal
fondovalle, a ordinare che proseguissero tutti assieme in quella direzione
invece di mandarli a indagare più da vicino. Il sole scompariva presto oltre le
cime, là sulla Cordigliera, e Rudger non era entusiasta dell’idea di accamparsi
senza avere dato personalmente un’occhiata. Secondo le guide e le mappe, quello
era il più settentrionale fra i presidi che sorvegliavano i confini del
Principato di Saëgata, stabilito a cavallo dell’angusto valico che fendeva la
catena montuosa a metà fra i rami tributari del fiume Arrena. Avevano seguito
la mulattiera fino alla cresta della balza affacciata sul vallone. Lì s’erano
fermati, a contemplare il disastro.
Rudger si concesse un solo istante di puro ribrezzo. – Uomini! – abbaiò quello seguente snudando la spada. – Alle armi!"
Non era un semplice presidio distrutto,
raso al suolo nella maggior parte degli edifici di pietra e fumigante in quel
poco che ancora resisteva in piedi, lentamente consumato dalle ultime,
pervicaci vampe dei roghi ancora caldi. C’erano cadaveri ovunque, sparsi per la
valle incrostata di ghiaccio e lingue di neve vecchia. A quella distanza, nella
luce debole del giorno morente, non era possibile distinguere le ferite, ma la
disposizione caotica con cui erano accasciati palesava gli indizi della lotta.
C’erano cadaveri ovunque e ce n’erano nella grossa buca scavata oltre il
perimetro recintato del presidio, circondata da enormi mucchi di legna
carbonizzata. All’inizio il Primo Generale pensò a una fossa comune che le pale
avevano avuto modo di ricoprire solo in parte. Poi, studiando meglio il terreno
malamente dissodato e i mucchi di terra e pietrisco gettati senza criterio ai
suoi lati, si rese conto che la fossa era stata piuttosto riaperta. Stava
domandandosi chi mai, per la grazia degli dèi, avesse avuto in animo di
perpetrare una simile profanazione, quando l’esclamazione turbata di uno dei
suoi esploratori lo spinse a volgere l’attenzione verso il centro del presidio,
dove spiccavano le pareti annerite ma ancora intatte della caserma principale.
Lo stendardo bianco-verde di Saëgata sbatteva flaccido su ciò che rimaneva
della torre di guardia, schiaffeggiato dalle folate gelide che spiravano per la
gola. Ai suoi piedi, immersi in una pozza di tenebra foderata di neve sporca,
stavano dozzine di corpi accatastati.
L’esploratore che aveva esclamato studiava
a bocca aperta la torre attraverso un cannocchiale foderato di cuoio. Rudger
glielo strappò letteralmente di mano, in uno scatto di nervosismo. Puntò lo
strumento alla base della fortificazione e subito l’irritazione defluì insieme
al sangue dal suo cervello.
Non erano cataste di cadaveri. Erano cataste
di pezzi di cadaveri. Pile di teste, cumuli di membra. Rudger scandagliò
di nuovo il vallone e vide quello che la distanza sulle prime gli aveva negato:
i corpi erano quasi tutti mutilati, privati di parti del corpo o ferocemente
dilaniati. Tornò a esaminare la fossa scoperta. Laggiù i cadaveri erano nudi e
oltremodo rinsecchiti, ma almeno erano ancora interi.
–
Sangue di Volkos… – A imprecare fu il comandante dei Lupi Grigi che, rimediato
anch’egli un cannocchiale, aveva appena terminato di contemplare il suo stesso
spettacolo. – Che pandemonio è mai accaduto, mio sire?
Rudger abbassò il cannocchiale. Il cielo
violetto dell’imbrunire proiettava la sua immane ombra a guisa di pietoso
sudario sulla valle. La notte allungava le falangi di ghiaccio a carezzarli
sullo sperone di roccia proteso sulla mattanza; là sulla Cordigliera, la
primavera era poco più d’una illusione, una promessa ancora difficile da
mantenere. Rudger rabbrividì sotto la corazza. Udì gli uomini borbottare
agitati. Persino i Lupi Grigi, orgoglio e vanto di Kaisersburg, faticavano a
nascondere l’inquietudine. Il Primo Generale non li biasimava, poiché ne
condivideva il raccapriccio.
Poi emersero dalle ombre. Da soli o in
piccoli gruppi. Forme nere partorite dal ventre devastato del presidio. Alcune
strisciavano appesantite dal fardello dei propri corpi contorti, altre
avanzavano spedite scivolando sulla sassaia cosparsa di morti. Nude o
abbigliate di stracci. Parecchie indossavano ornamenti macabri strappati dalle
carni stesse dei cadaveri.
Rudger si concesse un solo istante di puro ribrezzo. – Uomini! – abbaiò quello seguente snudando la spada. – Alle armi!"
(Da Il Richiamo del Crepuscolo - Trilogia dell'Estraneo (vol.1))
domenica 4 giugno 2017
Il Crepuscolo
"Loïc Tissier
congedò con un sorriso artefatto lo scrivano cui aveva appena dettato gli
ultimi capoversi del rapporto sanitario da spedire a Saëgata. Il ghigno,
cortese ma privo di allegria, permase come un crampo sul suo viso scavato anche
quando l’attendente si fu chiuso la porta alle spalle, lasciandolo solo nella
stanza modesta che costituiva la sua accomodazione privata in quel paesello
sperduto alle falde delle montagne.
Si alzò in piedi, fece scorrere il
chiavistello alla porta, tirò le tende davanti alle finestre. Agì con la calma
metodica che gli era solita, senza fretta. Mise ordine fra le poche cose che
attrezzavano il piccolo scrittoio ad angolo. Ne abbassò la saracinesca e si
guardò allo specchio appeso di fronte. La superficie unta e la penombra
addensavano la sfumatura delle occhiaie profonde. Sbottonò lentamente la
camicia fino a scoprirsi il petto magro. Il sorriso contratto tremolò. La pelle
pallida, sudaticcia nonostante il clima rigido della primavera pedemontana, era
deturpata da piccole piaghe purulenti. Si annidavano a grappoli sotto le
ascelle e fra i ciuffi di peli ferrigni che gli incoronavano i capezzoli. Erano
circondate da un’aura cinerina dove la pelle tendeva a squamarsi scabbiosa. Era
cominciato da un paio di giorni e procedeva come sempre a buon ritmo. Si toccò
un angolo della bocca, dove la carne aveva iniziato a sfarinare. Aveva già
individuato altri focolai nelle zone genitali e tra le dita dei piedi. Il
bruciore che gli pizzicava la narice sinistra lo informava dell’ennesimo nucleo
d’infezione attivo. Le labbra furono scosse da un tremito. Le incurvò in una
smorfia aspra, come se avesse ingollato una pozione dal sapore pungente.
Reinserì uno a uno i bottoni della camicia
nelle asole, sempre con lo stesso scrupolo quasi maniacale. Puoi travisare un
sintomo, soleva dire il suo precettore di epidemiologia all’università di
Saëgata, lo puoi trascurare… ma non puoi fingere di non averlo visto senza
ingannare la tua onestà intellettuale. Ne aveva visitati troppi per illudersi.
Ne aveva fatti rinchiudere a decine nel confino spietato della quarantena.
L’incubo di quello che aveva visto e udito oltre i recinti di segregazione
l’aveva privato del sonno delle ultime settimane. Disperazione, violenza e…
Deglutì a vuoto, deciso a non dragare il
fossato putrido della memoria. Aveva udito voci di quarantene date alle fiamme
nei pressi dei valichi occidentali. I soldati, morti, contagiati o più
semplicemente fuggiti, non erano più in grado di tenere testa alla situazione.
La pressione dei profughi che attraversavano la Cordigliera aumentava di giorno
in giorno.
Sarebbero giunti presto alle stesse
drastiche contromisure anche laggiù.
Aprì la cesta di vimini sotto la
scrivania. Ne estrasse un foglio di pergamena arrotolato e assicurato da uno
spago sigillato con la ceralacca. Lo posò con delicatezza sulla cima della
saracinesca abbassata. La smorfia in cui s’era trasformato il ghigno iniziale
era adesso stata sostituita da un sorriso rilassato, pregno di amarezza e
solitudine. A parte la pergamena, il cesto conteneva un altro oggetto ripiegato
sul fondo. Un rotolo di fune robusta, la cui estremità aveva annodato a cappio
nelle ore più buie della notte. Ne accarezzò per qualche istante la sinuosità
ruvida, prima di tirarlo fuori.
Pregò gli dèi affinché avessero
misericordia di coloro che fossero stati chiamati ad arginare quella pazzia,
intanto che faceva scorrere la fune sulla trave portante del soffitto."
(da Il Richiamo del Crepuscolo - Trilogia dell'Estraneo (vol.1))
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