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giovedì 14 dicembre 2017

Presents for Christmas

Che sia un ebook fresco di download o un cartaceo fragrante di stampa, poco importa: a Natale un libro resta sempre un amico fedele di chi il dono lo fa e ancor più di chi lo riceve! 😊


venerdì 23 giugno 2017

Il Crepuscolo - 2

"Rudger Rembrandt, Primo Generale di Saëgata, osservava sconcertato lo sfacelo del presidio di frontiera nel vallone sotto di sé. Alle sue spalle, la truppa mormorava. Era stato lui, allorché gli esploratori gli avevano riferito delle colonne di fumo che si levavano dal fondovalle, a ordinare che proseguissero tutti assieme in quella direzione invece di mandarli a indagare più da vicino. Il sole scompariva presto oltre le cime, là sulla Cordigliera, e Rudger non era entusiasta dell’idea di accamparsi senza avere dato personalmente un’occhiata. Secondo le guide e le mappe, quello era il più settentrionale fra i presidi che sorvegliavano i confini del Principato di Saëgata, stabilito a cavallo dell’angusto valico che fendeva la catena montuosa a metà fra i rami tributari del fiume Arrena. Avevano seguito la mulattiera fino alla cresta della balza affacciata sul vallone. Lì s’erano fermati, a contemplare il disastro.

Non era un semplice presidio distrutto, raso al suolo nella maggior parte degli edifici di pietra e fumigante in quel poco che ancora resisteva in piedi, lentamente consumato dalle ultime, pervicaci vampe dei roghi ancora caldi. C’erano cadaveri ovunque, sparsi per la valle incrostata di ghiaccio e lingue di neve vecchia. A quella distanza, nella luce debole del giorno morente, non era possibile distinguere le ferite, ma la disposizione caotica con cui erano accasciati palesava gli indizi della lotta. C’erano cadaveri ovunque e ce n’erano nella grossa buca scavata oltre il perimetro recintato del presidio, circondata da enormi mucchi di legna carbonizzata. All’inizio il Primo Generale pensò a una fossa comune che le pale avevano avuto modo di ricoprire solo in parte. Poi, studiando meglio il terreno malamente dissodato e i mucchi di terra e pietrisco gettati senza criterio ai suoi lati, si rese conto che la fossa era stata piuttosto riaperta. Stava domandandosi chi mai, per la grazia degli dèi, avesse avuto in animo di perpetrare una simile profanazione, quando l’esclamazione turbata di uno dei suoi esploratori lo spinse a volgere l’attenzione verso il centro del presidio, dove spiccavano le pareti annerite ma ancora intatte della caserma principale. Lo stendardo bianco-verde di Saëgata sbatteva flaccido su ciò che rimaneva della torre di guardia, schiaffeggiato dalle folate gelide che spiravano per la gola. Ai suoi piedi, immersi in una pozza di tenebra foderata di neve sporca, stavano dozzine di corpi accatastati.

L’esploratore che aveva esclamato studiava a bocca aperta la torre attraverso un cannocchiale foderato di cuoio. Rudger glielo strappò letteralmente di mano, in uno scatto di nervosismo. Puntò lo strumento alla base della fortificazione e subito l’irritazione defluì insieme al sangue dal suo cervello.

Non erano cataste di cadaveri. Erano cataste di pezzi di cadaveri. Pile di teste, cumuli di membra. Rudger scandagliò di nuovo il vallone e vide quello che la distanza sulle prime gli aveva negato: i corpi erano quasi tutti mutilati, privati di parti del corpo o ferocemente dilaniati. Tornò a esaminare la fossa scoperta. Laggiù i cadaveri erano nudi e oltremodo rinsecchiti, ma almeno erano ancora interi.

– Sangue di Volkos… – A imprecare fu il comandante dei Lupi Grigi che, rimediato anch’egli un cannocchiale, aveva appena terminato di contemplare il suo stesso spettacolo. – Che pandemonio è mai accaduto, mio sire?

Rudger abbassò il cannocchiale. Il cielo violetto dell’imbrunire proiettava la sua immane ombra a guisa di pietoso sudario sulla valle. La notte allungava le falangi di ghiaccio a carezzarli sullo sperone di roccia proteso sulla mattanza; là sulla Cordigliera, la primavera era poco più d’una illusione, una promessa ancora difficile da mantenere. Rudger rabbrividì sotto la corazza. Udì gli uomini borbottare agitati. Persino i Lupi Grigi, orgoglio e vanto di Kaisersburg, faticavano a nascondere l’inquietudine. Il Primo Generale non li biasimava, poiché ne condivideva il raccapriccio.

Poi emersero dalle ombre. Da soli o in piccoli gruppi. Forme nere partorite dal ventre devastato del presidio. Alcune strisciavano appesantite dal fardello dei propri corpi contorti, altre avanzavano spedite scivolando sulla sassaia cosparsa di morti. Nude o abbigliate di stracci. Parecchie indossavano ornamenti macabri strappati dalle carni stesse dei cadaveri.

Rudger si concesse un solo istante di puro ribrezzo. – Uomini! – abbaiò quello seguente snudando la spada. – Alle armi!"



domenica 4 giugno 2017

Il Crepuscolo

"Loïc Tissier congedò con un sorriso artefatto lo scrivano cui aveva appena dettato gli ultimi capoversi del rapporto sanitario da spedire a Saëgata. Il ghigno, cortese ma privo di allegria, permase come un crampo sul suo viso scavato anche quando l’attendente si fu chiuso la porta alle spalle, lasciandolo solo nella stanza modesta che costituiva la sua accomodazione privata in quel paesello sperduto alle falde delle montagne.

Si alzò in piedi, fece scorrere il chiavistello alla porta, tirò le tende davanti alle finestre. Agì con la calma metodica che gli era solita, senza fretta. Mise ordine fra le poche cose che attrezzavano il piccolo scrittoio ad angolo. Ne abbassò la saracinesca e si guardò allo specchio appeso di fronte. La superficie unta e la penombra addensavano la sfumatura delle occhiaie profonde. Sbottonò lentamente la camicia fino a scoprirsi il petto magro. Il sorriso contratto tremolò. La pelle pallida, sudaticcia nonostante il clima rigido della primavera pedemontana, era deturpata da piccole piaghe purulenti. Si annidavano a grappoli sotto le ascelle e fra i ciuffi di peli ferrigni che gli incoronavano i capezzoli. Erano circondate da un’aura cinerina dove la pelle tendeva a squamarsi scabbiosa. Era cominciato da un paio di giorni e procedeva come sempre a buon ritmo. Si toccò un angolo della bocca, dove la carne aveva iniziato a sfarinare. Aveva già individuato altri focolai nelle zone genitali e tra le dita dei piedi. Il bruciore che gli pizzicava la narice sinistra lo informava dell’ennesimo nucleo d’infezione attivo. Le labbra furono scosse da un tremito. Le incurvò in una smorfia aspra, come se avesse ingollato una pozione dal sapore pungente.

Reinserì uno a uno i bottoni della camicia nelle asole, sempre con lo stesso scrupolo quasi maniacale. Puoi travisare un sintomo, soleva dire il suo precettore di epidemiologia all’università di Saëgata, lo puoi trascurare… ma non puoi fingere di non averlo visto senza ingannare la tua onestà intellettuale. Ne aveva visitati troppi per illudersi. Ne aveva fatti rinchiudere a decine nel confino spietato della quarantena. L’incubo di quello che aveva visto e udito oltre i recinti di segregazione l’aveva privato del sonno delle ultime settimane. Disperazione, violenza e…

Deglutì a vuoto, deciso a non dragare il fossato putrido della memoria. Aveva udito voci di quarantene date alle fiamme nei pressi dei valichi occidentali. I soldati, morti, contagiati o più semplicemente fuggiti, non erano più in grado di tenere testa alla situazione. La pressione dei profughi che attraversavano la Cordigliera aumentava di giorno in giorno.

Sarebbero giunti presto alle stesse drastiche contromisure anche laggiù.

Aprì la cesta di vimini sotto la scrivania. Ne estrasse un foglio di pergamena arrotolato e assicurato da uno spago sigillato con la ceralacca. Lo posò con delicatezza sulla cima della saracinesca abbassata. La smorfia in cui s’era trasformato il ghigno iniziale era adesso stata sostituita da un sorriso rilassato, pregno di amarezza e solitudine. A parte la pergamena, il cesto conteneva un altro oggetto ripiegato sul fondo. Un rotolo di fune robusta, la cui estremità aveva annodato a cappio nelle ore più buie della notte. Ne accarezzò per qualche istante la sinuosità ruvida, prima di tirarlo fuori.

Pregò gli dèi affinché avessero misericordia di coloro che fossero stati chiamati ad arginare quella pazzia, intanto che faceva scorrere la fune sulla trave portante del soffitto."




venerdì 5 maggio 2017

Meet the Characters - L'Estraneo

Puntata speciale per la carrellata di personaggi de "Il Richiamo del Crepuscolo", dedicata a colui (colei? costui? costei?) cui tocca onore ed onere di conferire il titolo all'intera saga...

L'Estraneo, per l'appunto.

.....

Come un’ombra scivolata oltre la coda dell’occhio distratto, egli vaga.

Per le contrade degli uomini, lungo le vie segrete sepolte sotto la pelle di campagne e città. Viaggia attraverso la ragnatela occulta intessuta nell’epidermide delle carrarecce che solcano colline, selve e pianori, inseguendo il corso delle rotte recondite nel labirinto di vicoli angusti dei borghi affollati. La notte, perlopiù, quando la tenebra è alleata del passo discreto; talvolta di giorno, là dove l’ala dell’ombra si spiega di nascosto al sole di primavera.

Nessuno di coloro che incrocia lo rende mai oggetto d’una occhiata consapevole. Lo sbirciano per il tempo d’un battito di ciglia. Tutto ciò che resta loro è l’alone torbido di un brano di memoria, il riflesso cupo di quell’ombra scorta ma non del tutto registrata; un sussulto inatteso, un disagio fosco. Molti lo sognano la notte successiva, eppure quando si destano sudati non riescono a definire lo spettro onirico evocato dal ricordo fugace. Vi riflettono in preda all’ansia, ma presto la reminiscenza sfuma e la mente non è più capace di ricordare l’oggetto di tanto turbamento. Talora, di rado, si ferma a parlare, chiedere, interrogare. Riceve risposte borbottate, parole nolenti di chi ha fretta di allontanarsi prima di dovere ammettere l’inquietudine che gli monta nel petto. Avvolto dai miasmi untuosi delle taverne appartate, o nel buio serale dei crocicchi isolati di campagna, adesca il passante occasionale e ne ottiene lo scampolo d’informazione di cui abbisogna; poco dopo è già svanito, e il ricordo è l’impronta indefinita d’un brivido sulla pelle.

Vaga, e non sempre il cammino è deciso. Ci sono frangenti in cui la ragione pare offuscata dallo stesso inchiostro fluido della tenebra di cui s’ammanta. Barlumi d’oscurità che sbocciano nella mente, eclissi d’intelletto che lo costringono a indugiare il passo, a nicchiare, rallentare.

Finché l’inchiostro si riassorbe ed egli riprende a vagare.

Fiuta la scia dei cacciatori che lo inseguono e quella più acre della paura che pretendono di ignorare. Lo temono, giacché sanno che non esiste preda e predatore, bensì una pavana complessa in cui i ruoli mutano a ogni ciclo della marea. Altri a venire saranno invitati alla danza, altri attori sul palco a mescolarsi di posto e costume. C’è chi già sogna l’odore appassito del suo strascico di tenebra. Sente l’aroma conturbante di chi c’è e di chi ci sarà.

Ancor più, tuttavia, sente il richiamo sinistro del sole che preme per tramontare sul mondo.




giovedì 20 aprile 2017

Meet the Characters - Uldrich

Nuova puntata di presentazione dei personaggi chiamati sul palco del "Richiamo del Crepuscolo", e stavolta è il turno di qualcuno che eviterei se non strettamente necessario di prendere di petto (o, peggio, alle spalle)...
Uldrich Zimmerman.
Semplicemente noto in ambienti poco raccomandabili come il Rosso.
PS: il disegno è uno degli schizzi privi di pretese elaborato a suo tempo per fissare qualche tratto somatico del personaggio, abbozzato su carta qualsiasi e stropicciata. ;)

.....

Olaf sorrise distratto alla cameriera che gli porgeva la scodella di uova sode e formaggio e il calice di vin cotto che aveva ordinato. Quella parve risentita del disinteresse che mostrò per la scollatura discinta che si era chinata per mettere in evidenza. Raggranellò i ducati d’argento del conto e s’allontanò sculettando indispettita. Olaf non le diede peso; era là per altro che sbattersi le puttane che servivano ai tavoli.


Il suo uomo era seduto al bancone. Beveva e parlottava con l’inserviente che mesceva dalle botti accatastate al muro. Una calca chiassosa era pigiata nello spazio che li separava. L’odore del sudore era forte, mischiato a quello dell’alcol e del vomito. In un angolo si giocava ai dadi. Olaf sorseggiò il vino mentre seguiva le fasi di una partita accanita. Strepiti e bestemmie, denaro che passava velocemente di mano. Un giocatore che aveva alzato troppo il gomito perse la puntata e provò ad accusare chi teneva il banco di averlo ingannato; furono i suoi stessi amici a trascinarlo via, prima che si mettesse nei guai. Scostò dagli occhi una ciocca dei capelli riccioluti e tornò a sorvegliare il bancone.

Il suo uomo era sparito.

Olaf sbatté le palpebre irritate dal fumo. Si era distratto soltanto pochi istanti. Perlustrò la taverna affollata senza scorgerne traccia. Dove diavolo s’era ficc…

- Cerchi qualcuno?

Uldrich si materializzò come d’incanto dall’angolo cieco della sua visuale. Sorrise sornione al suo sobbalzo e, prelevata una sedia dal tavolo a fianco, la usò per accomodarsi di fronte a lui.

- E tu chi sei? - Olaf recuperò in fretta la calma.

Uldrich teneva due boccali colmi di birra nella mano destra. Li piazzò in mezzo al tavolo, scostando il calice già presente. - Qui dentro il vinello cotto lo bevono solo quelli che schifano le donne. Siccome il tuo grugno mi pare virile, ho pensato fosse meglio portarti qualcosa di più appropriato. - Parlava in tono pacato e confidenziale. - Kaiser Ale, la Birra del Condottiero. Un po’ dolce, forse, ma non ero sicuro dei tuoi gusti precisi.

- Chi t’ha dato il permesso di sederti al mio tavolo? - ringhiò Olaf.

- Detto da uno che mi sta alle calcagna da mezzo pomeriggio, non suona molto corretto.

- Che cazzate vai dicendo? - Olaf fece scivolare una mano sotto al tavolo; le dita si strinsero sul pugnale alla cintura.

Uldrich puntò i gomiti sul tavolo per sporgersi di un palmo. - Ho passato anni della mia vita ad annusare la puzza delle ascelle di quelli che provavano a ficcarmi il naso negli affari. Non importa quanto bene si nascondano, se impari a percepirne il fetore sono fregati lo stesso. - Conservava sempre il sorriso bonario ma subito sopra gli occhi scintillavano di malizia. - Adesso bevi quella birra e smetti di recitare la farsa della verginella. - Ingollò un bel sorso di Kaiser Ale.

Olaf lo fissò rigido, la mano sul pugnale. - Che vuoi?

Uldrich mise giù il boccale. - Sai come chiamano questa bettola?

Olaf aveva visto il disegno di una luna ghignante campeggiare sull’ingresso. La scritta non aveva saputo decifrarla. Sospettava in ogni caso che l’altro si riferisse a qualcosa di più della denominazione pubblica.

- Il Pozzo. - rivelò Uldrich. - Perché è facile che l’avventore occasionale che non ne conosca bene gli anfratti faccia fatica a risalirne le pareti fino all’uscita. Ne sono scomparsi a mucchi qui dentro, sai? - Il sorriso affabile si dischiuse sui denti ingialliti. - Ti ci ho portato apposta, mano nella mano. E tu mi hai seguito docile.

Olaf sentì un brivido zampettargli lungo la schiena. Fece saettare gli occhi da un angolo all’altro della taverna. Se quel bastardo credeva di poterlo intrappolare tanto facilmente…

- Rilassati, sono qui per parlarti. - Uldrich sembrò trovare la sua reazione divertente. - Se avessi voluto incastrarti mi sarebbe bastato grattarmi una basetta senza scomodarmi dal bancone. Ora stammi a sentire. Guarda verso destra, oltre la mia spalla, a quel tavolo quadrato. Ma fallo con noncuranza.

Olaf ubbidì, senza però mollare la presa sul pugnale. Tre uomini attorno a un tavolo ingombro degli avanzi della cena. Uno sonnecchiava con la testa appoggiata al muro, presumibilmente sopraffatto dall’alcol. Gli altri due parlottavano di qualcosa di leggero, a giudicare dalle risatine che si scambiavano. - Cos’è che devo vedere?

- Quei tre. Sai chi sono? Sbirri della Polizia privata del principe. - Uldrich sorbì piano la birra.

Olaf sbirciò di nuovo. Sembravano in tutto e per tutto degli avventori ordinari. Né l’abbigliamento, dimesso e conforme al locale, né gli atteggiamenti facevano sospettare alcunché d’insolito.

- Persino loro avrebbero difficoltà a lasciare il Pozzo, se lo volessi. Tuttavia hanno le chiappe assai più protette delle tue, se m’intendi. - Ridacchiò di gusto. - Ma la cosa divertente, la cosa davvero divertente, è l’identità della persona di cui stanno spiando i movimenti. - Le labbra carnose di Uldrich si spalancarono in un sorriso. - Te.

Olaf s’accigliò in preda allo smarrimento. - Che dici?!

- Abbassa la voce. - l’espressione mutò all’improvviso in una smorfia aggressiva. - Prendi invece in mano quel cazzo di boccale e sturati le orecchie.

Olaf ubbidì con riluttanza. Agguantò il boccale con la sinistra, tenendo la destra sempre sotto al tavolo.

Uldrich attese di nuovo sorridente che l’altro trangugiasse il primo sorso, poi riprese: - Non mi frega un soldo bucato di chi la Polizia pedina o rinchiude in galera. Quello che invece mi frega è se la loro preda si mette a giocare alla spia con me e così facendo si tira appresso gli sbirri e me li appiccica al culo. Capisci?

Olaf annuì. - Non m’ero accorto di essere seguito.

- Naturale. Non ti sei neanche accorto di come t’ho portato qui al guinzaglio. Non credevo che la Polizia avesse il fegato di arrischiarsi a mettere piede nel Pozzo. Lo scudiscio del padrone deve sferzarli con vigore, di questi tempi.

- Che vuoi da me?

- Per prima cosa, che la smetti di starmi addosso. So chi sei e immagino chi ti manda. Un guerriero saprà pure giostrare con la spada, se non è ancora morto ammazzato, ma questo non basta mica a renderlo adatto a certe altre mansioni. Sarai pure furbo, se ti hanno scelto per seguirmi, ma io sono più furbo di te. Mettitelo bene in testa. Magari avresti la meglio su un campo di battaglia, ma il fango dei vicoli è sdrucciolevole e le ombre che nascondono mortali. Il tuo incarico finisce qui, hai fatto il meglio che potevi, considerato che non era il tuo mestiere. Ultimamente sono stato un po’ in debito di serenità e questo t’ha facilitato il lavoro, ma la mia mente non è abituata a rimanere poco lucida per troppo tempo di seguito.

- Perché non mi fai semplicemente fuori?

- Sarebbe la scelta più logica, ma non è il caso di alzare troppa polvere con quei tre che ti puntano gli occhi addosso. Dovresti ringraziarli, tutto sommato. Quello che adesso devi comprendere è che la partita è chiusa. Hai la Polizia alle costole, ma è un affare che dovrai sbrigarti da solo. Considera il fatto che te lo abbia reso noto come un pegno da parte mia per toglierti dalle palle.

Per la prima volta da quando Uldrich s’era seduto al suo tavolo, Olaf si concesse un sorriso rilassato: - Un gesto magnanimo da parte tua.

- Forse non cogli neppure quanto. - sussurrò Uldrich serio. - Senti dunque cosa faremo. Terminerai di bere la birra che t’ho offerto e ripulirai il piatto dalle pietanze. Poi ti alzerai dalla sedia e ti dirigerai indifferente verso l’uscita, barcollando il giusto per aver tracannato una pinta di Kaiser Ale. Una volta fuori, allontanati prima che puoi dal quartiere. Non è zona da girare la notte, questa.

- E tu?

- Io da questo momento in poi non devo neppure più transitare per caso nel cervello che ti separa le orecchie. E, - Uldrich socchiuse gli occhi mentre si alzava in piedi, - un ultimo consiglio: occhio alla Polizia, si stufano presto di limitarsi a osservare.

Olaf rimase solo con un nuovo groviglio di pensieri. Finì di bere e di mangiare e, come gli era stato comandato, lasciò in tutta fretta il Pozzo.


venerdì 7 aprile 2017

"Il Richiamo del Crepuscolo" finalista al Premio Italia

Quale modo migliore di iniziare il venerdì, che scoprire che "Il Richiamo del Crepuscolo" è finalista per il 'Premio Italia 2017', nella categoria 'Romanzi Fantasy Italiani'?

Vada come vada, la soddisfazione è in tasca, e il mio ringraziamento più sincero è rivolto a chi lo ha votato e a chi, da lunedì, sceglierà di votarlo ancora. :)


martedì 14 marzo 2017

"Il Richiamo del Crepuscolo" in nomination per il Premio Italia

Mi hanno segnalato con piacere che "Il Richiamo del Crepuscolo" è tra le nomination proposte da Delos per l'edizione 2017 del 'Premio Italia', categoria 'Romanzo Fantasy'.

Ringrazio in anticipo chi, tra gli aventi diritto al voto, deciderà di riservare la propria preferenza al mio romanzo. :)


mercoledì 8 marzo 2017

Meet the Characters - Rollo

Riprendo dopo qualche settimana la carrellata di presentazione dei nuovi personaggi protagonisti de "Il Richiamo del Crepuscolo", accompagnata da qualche disegno ritrovato nei cassetti.
Siore e siori, ecco a voi il nano Holfgar Bjork'lund. Sapiente, artigiano e tecnologo.
Meglio noto come Rollo.
.....

Le dita di Rollo, tozze e callose quanto quelle di qualsiasi artigiano nano, strofinavano con incredibile levità il panno sul calcio di legno e sulla canna plumbea della pistola. Ne aveva smontato i componenti con cura amorevole, l’aveva puliti e lubrificati. Adesso lucidava la superficie della pistola riassemblata; un’arma gemella, del tutto identica a quella che teneva in mano, era posata su un quadrato di lino ripiegato sullo scrittoio a cui era seduto.
– Giuro di essere integro, nella carne e nello spirito, che il tocco del male non corrompe l’esistenza che con modestia offro al volere di Dio.
La voce profonda di Eusebio spinse Rollo a distrarre lo sguardo dal proprio lavoro. Aveva appena pronunciato il Giuramento di Integrità, preludio all’investitura. Stava ritto in mezzo alla stanza, completamente nudo a eccezione del ciondolo di legno, il corpo muscoloso segnato da una ragnatela di cicatrici assortite. Come un marchio da bestiame, un rozzo tatuaggio di tre lettere grezzamente vergate spiccava sulla sua spalla sinistra: EVX. Forse era solo un’impressione inquinata dal bagliore fluttuante dei lumi, ma il nano avrebbe giurato di riconoscere una punta di commozione nella maschera concentrata di Eusebio.
– Prostrati dunque dinanzi a me, – la voce di Sebastian Arelano, un fruscio di foglie palpate dal vento, – che qui incarno il cospetto di Dio Onnipotente.
Il Rito di Umiltà, rifletté Rollo mentre Eusebio si genufletteva a capo chino. Il vecchio inquisitore immerse i polpastrelli in una ciotola colma di cenere e disegnò una croce a otto punte sulla sommità della sua testa. Rollo aveva assistito già un paio di volte a quel cerimoniale, quantunque le cappelle solenni che l’avevano ospitato avessero poco a che spartire con quell’alloggio profano. Aveva sentito dire che la cenere consacrata era trattata con unguenti che la rendevano terribilmente urticante. Eusebio dal canto suo accettò impassibile che fosse cosparsa sulla propria scarna chioma. L’inquisitore salmodiò qualcosa tra sé.
– Come cenere anonima, tu ti porrai di fronte a Lui. – recitò aumentando di poco il volume. – Umile recipiente della Sua Volontà sarà il tuo spirito, sino a che non lo renderai alla Dimora Celeste.
Sebastian Arelano lo prese per le spalle e lo invitò ad alzarsi. Eusebio obbedì docile, sempre con gli occhi bassi sui piedi scalzi. Si fece condurre a una tinozza d’acqua, rimpiazzo improvvisato dei lavacri di marmo comunemente usati. Là si immerse fino alle ginocchia. Per otto volte l’inquisitore gli asperse il viso con l’acqua gelida. Recitò in un bisbiglio inintelligibile i versi della Litania del Mondamento, a corredo del Rito di Purificazione.
Eusebio uscì gocciolante dalla tinozza. S’inginocchiò di nuovo e l’inquisitore gli asciugò la parte superiore del corpo con un panno pulito. Svitò il contenitore metallico dell’olio sacro e gli segnò il petto e le spalle robuste con l’icona della croce. L’ultimo passaggio lo riservò alla fronte spaziosa, ancora madida di goccioline.
– Dalla cenere della sottomissione e dall’abluzione della purificazione, io ti marchio con il crisma della rinascita. Germina così a nuova vita la tua anima, nella luce del Dio Padre.
Eusebio partecipò al Rito della Resurrezione pronunciando con voce ferma gli otto precetti fondamentali della dottrina di Caeres.
Il cerimoniale volgeva al termine. Rollo tornò a dedicarsi ai suoi adorati strumenti. Impugnò entrambe le pistole.
Bered Han Zhûl, pensò esaminandone il calcio finemente intagliato, i Piccoli Lampi Neri.
Il loro progetto risaliva ai tempi in cui studiava all’Accademia Imperiale degli Ingegneri di Sudhen. Lo aveva concepito tra i suoi laboratori; lo aveva sviluppato e vezzeggiato nelle stagioni entusiaste della giovinezza. Aveva dovuto tuttavia attendere anni prima di realizzarne l’idea. Le Bered Han Zhûl, così come il magnifico Amok Dhûl, erano state forgiate nelle fucine di Rhon, ai tempi in cui ancora esisteva la Repubblica, prima che l’Impero di Caeres tornasse ad annetterla con l’aiuto delle legioni straniere.
– Pronuncia ora il Giuramento della Vita e della Morte. – comandava nel frattempo Sebastian Arelano.
– Io, Eusebio, giuro al cospetto del Dio Padre e mio Unico Signore, come servo del Suo arbitrio, di consacrare la mia vita al Suo nome, di professare senza menzogna il Suo verbo, di combattere con audacia le Sue battaglie, – si schiacciò un pugno sul petto, – fino a che questo cuore cessi di battere, e oltre ancora.
– E io testimonio in Sua vece la fede nelle tue parole. – declamò il vecchio inquisitore. – Alzati fratello Eusebio e ricevi il simbolo che da oggi ti compete. – Gli sfilò la croce lignea dal collo taurino e la sostituì con una copia di metallo. – La tua iniziazione è conclusa. Sei ufficialmente un soldato di Dio, ora. Raccogli le tue armi, ci prepariamo ad andare in battaglia.
Rollo fece scattare i grilletti delle pistole scariche. – Così sia. – mormorò tra sé.





giovedì 9 febbraio 2017

Lothar e l'Estraneo (di nuovo) in cartaceo

Ho ripetuto spesso come, per una serie di ragioni, avessi concepito il progetto di (ri)pubblicazione della "Trilogia di Lothar Basler" e della successiva "Trilogia dell'Estraneo" in via esclusivamente digitale. Malgrado questo, le numerose richieste pervenutemi in questi mesi di avere disponibili i romanzi anche in versione cartacea mi ha convinto a tornare in parte sui miei passi.

Annuncio allora che da qualche giorno i volumi di entrambe le saghe sono acquistabili su Amazon anche nel tradizionale paperback a copertina flessibile.

Per Lothar questo è un ritorno alle origini, compimento a questo punto naturale del suo percorso di andata e ritorno attraverso il mondo editoriale. Per l'Estraneo è una sorta di nuovo esordio, che riguarderà "Il Richiamo del Crepuscolo" ma ovviamente anche i due volumi successivi.

Quale che sia la vostra scelta, su carta o su ebook, non mi resta quindi che augurarvi buona lettura!


venerdì 13 gennaio 2017

Il Tè dell'Estraneo

Quest'oggi sono ospite dell'elegante salotto regency di Miss Darcy per il tè delle cinque, accompagnato da un'insolita intervista...

Cliccate sull'immagine qui sotto per saperne di più.


mercoledì 4 gennaio 2017

Meet the Characters - Axel

Seconda puntata di introduzione ai nuovi personaggi de "Il Richiamo del Crepuscolo".
Stavolta è il turno di un tizio irsuto quanto bizzarro (ma ricco di insospettabili risorse)...
Axel da Paest.

.....


Un gorgoglio sommesso li introdusse alla vista di una morbida depressione. Scavalcarono un pendio orlato di pruni e penetrarono l’anello di conifere che cingeva una polla alimentata da una vena d’acqua sorgiva. Un cerbiatto vi si abbeverava solitario. Raddrizzò il collo nell’udirli arrivare; li scrutò con gli occhi obliqui, l’acqua che gli sgocciolava dal muso. Loro percorsero ancora qualche metro e la bestia decise che quegli intrusi avevano un aspetto troppo minaccioso per arrischiarsi a restare: zampettò via sollevando uno spruzzo tra i ciottoli del greto.

– Axel! – gridò Mutio accostando le mani alla bocca.

Qualcosa si mosse tra le ninfee che galleggiavano nel punto in cui la sorgente sotterranea affiorava gorgheggiando. Una figura immersa tanto da nascondersi quasi alla vista, si voltò nella loro direzione. Eseguì un paio di pigre bracciate, prima di decidersi a emergere fino alla vita e colmare con passo ondeggiante la distanza che la separava dalla riva. Era completamente nuda, il corpo macilento ricoperto da un’abbondanza di peli bruni inzuppati d’acqua. Raccolse uno straccio gettato sulla sponda e lo usò per asciugarsi il petto e le spalle scheletriche. Infine si frizionò con impeto la criniera incolta e il malloppo ingarbugliato della barba castana. Una foglia carnosa e rosata sopravvisse al trattamento, impigliata con tenacia a una ciocca sulla fronte: la pizzicò via con cura, la esaminò con rapito interesse e poi la gettò nell’acqua dietro di sé.

– Buongiorno Axel, perdonaci per aver interrotto il tuo bagno.

L’uomo fece spallucce. – Salve. – bofonchiò mentre si grattava con noncuranza in mezzo alle gambe nude e pelose. Thorval represse una smorfia di repulsione e quello per tutta risposta gli tese la mano con cui aveva raspato e gli elargì un sorriso sdentato.

Per timore di offendere in qualche modo Mutio, Thorval si costrinse ad accettare la stretta con scarso entusiasmo. – Il mio nome è Thorval e vengo dal Nord.

– Axel! – ribadì quello con trasporto. Le sue unghie lunghe e trascurate si conficcarono come tagliole nella mano destra del mercenario.

– Dove si trovano gli altri? – gli domandò Mutio con allegria. – La tua Maestra e quella zucca impagliata del tuo compare?


Axel srotolò lo straccio con cui s’era asciugato e lo indossò a mo’ di tunica. Recuperò dalla riva un cordino con cui stringerselo ai fianchi e s’infilò un paio di sandali sdruciti. – Celebrano la liturgia del meriggio. Vi ci porto.



sabato 17 dicembre 2016

Meet the Characters - Eusebio

Rassettando un po' di materiale nel cassetto, mi sono ritrovato tra le mani alcuni disegni relativi alle mie opere. Alcuni sono miei, lavori senza alcuna pretesa artistica realizzati spesso su carta a caso con mozziconi di matita giusto per conferire un'immagine a quello che avevo in testa; altri sono opera altrui, ma il tema è lo stesso, ovvero per lo più l'abbozzo di qualche personaggio.

Ho pensato di postarne qualcuno, accomunandovi un passaggio narrativo. Procedendo in senso inverso alle pubblicazioni, parto con uno dei protagonisti de "Il Richiamo del Crepuscolo", ovvero Eusebio 'EVX' da Frennes.

.....

Non esisteva un momento esatto in cui poteva accadere. Più che una reminiscenza stimolata da qualcosa - un dettaglio osservato, un odore percepito, un suono udito - era un riflusso rimestato dal pozzo torbido della memoria. Gli accadeva al mattino appena svegliato o alla sera, quando giaceva nell’anticamera spesso tormentata del sonno. Gli accadeva da solo o fra la gente. Talvolta, gli accadeva perfino mentre era immerso nella meditazione della preghiera. Come adesso. L’irritazione che provava in quei casi contro se stesso non serviva a conservare la concentrazione nel suo intimo dialogo con Dio.

Sciolse le dita intrecciate in grembo con le orecchie vibranti dell’eco di un clamore fantasma. Urla e applausi, imprecazioni e versi selvaggi amplificati dalle migliaia di gole schierate tutto attorno. Un’ondata fisica che premeva sulla pelle, disarticolata e altalenante, resa omogenea soltanto dalla forza del getto incessante. E nella ridda di fragori brutali, esplodeva come un bolo d’aria compressa il suo nome di battaglia.

Eux, Eux…

Il rullo di un tamburo, il motivo ossessivo di un inno cupo.

Eux, Eux, Eux…

Si portò le mani davanti al viso. Il dorso ruvido era un campo di cicatrici attorcigliate. Una gli serpeggiava biancastra sulla sinistra, dal polso fino alla base del mignolo, dove il colpo che gliela aveva inferta aveva distrutto il tendine riducendogli il dito a un’estremità rattrappita di cui non aveva più controllo. Nei pressi, il profilo di due nocche adiacenti non era più visibile a causa delle ripetute fratture che gliele avevano sbriciolate. Stessa sorte era toccata a più della metà delle giunture della mano destra, martoriata dai colpi vibrati prima ancora che da quelli subiti. Quando il clima mutava, quando l’aria s’appesantiva d’ozono e l’umidità colmava gli spazi, il dolore era una sfilza di ganasce che gli mordevano il corpo. Le mani, le ginocchia, il collo, la testa. Le vecchie ferite gli bruciavano ovunque, le articolazioni si riempivano di vetro macinato e la carne s’incendiava. Ma non ci faceva ormai più tanto caso. Era abituato al dolore, da quando era nato. Stringeva un poco più i denti, indurendo la maschera perennemente tesa del volto, e tirava avanti. Allorché le voci fantasma gli rimbombavano nelle orecchie, tuttavia, qualsiasi cosa stesse facendo, Eusebio si fermava a ricordare.

Eux, Eux…

Era incredibile la vividezza con cui riusciva a rievocare le sensazioni: la carezza viscosa del sudore misto a sangue che gli cola sulla pelle, la raffica degli schiamazzi sugli spalti, la terra sotto ai piedi, ora soffice di sabbia, ora più spoglia e dura, sovente viscida di fluidi spillati. E il suo respiro, ritmo della vita che lotta per preservare. Dapprima regolare, poi rotto dall’affanno e dalle fitte lancinanti. Il ritmo del fiato che esala tra i denti, fulcro primario della sua concentrazione. Batte il tempo di ogni movimento, scandisce il fluire del sangue nelle vene. In qualsiasi circostanza egli si trovi, torreggiante sull’avversario ormai esanime o prostrato nell’angolo cieco dei troppi colpi incassati, è il ritmo del respiro l’ultima briglia su cui deve mollare la presa. Così gli è stato insegnato. La sanzione del vantaggio e la speranza del capovolgimento di fronte, entrambe le facce della moneta passano per il fischio cadenzato che riesce a incanalare tra la gola e il palato.

Non esisteva un momento esatto in cui si metteva a ricordare, ma c’era un giorno preciso a cui più spesso finiva per tornare. Mai come allora s’era aggrappato a quella lezione preziosa. Ma mai come allora gli era stato difficile onorarla, col naso distrutto e ricolmo di sangue e cartilagini frantumate che parevano volergli scendere nella gola ogni volta che provava a respirare. Ricordava il verso lugubre dei gabbiani che si spingevano sin lì dal porto, attratti dalla speranza d’un banchetto diverso dal solito, e il ruggito invasato degli spalti ridotto a un riverbero ovattato dal ronzio che gli trapanava le orecchie. Ululavano assettati di sangue, affatto sazi di quello che già intrideva l’arena rischiando di farlo scivolare mentre muoveva passi sbilenchi sul ginocchio slogato. Ricordava come una sensazione estranea la pressione del braccio sinistro che teneva schiacciato al busto per proteggere il costato fratturato. Ciondolava dilaniato dalle fitte, un occhio accecato dal sangue e intarsiato da una raggiera di lacerazioni.

E il suo primo pensiero, come sempre, era stato: respira, regola il respiro, respira, regola il respiro…





martedì 29 novembre 2016

Nascita di una copertina

Come sa bene chi mi segue da un po', Mario Labieni non è soltanto l'autore delle copertine della 'Trilogia di Lothar Basler', ma anche di tante immagini che ne illustrano il mondo e i personaggi. E' stata dunque del tutto naturale la scelta da parte mia di coinvolgerlo anche nel lavoro grafico relativo alla 'Trilogia dell'Estraneo', che della precedente raccoglie l'eredità. Ho chiesto a Mario di raccontarmi com'è stato tornare dalle parti dei Principati e, in particolare, per quali fasi è passata la genesi della copertina de "Il Richiamo del Crepuscolo."
La parola all'artista...

Il Progetto

Quando mi propongono un lavoro grafico, soprattutto nel campo dell’illustrazione editoriale, la prima cosa che faccio, la più importante dopo aver parlato dei contenuti del volume, è la definizione degli elementi chiave da realizzare e della sensazione che lo scrittore vuole dare al futuro lettore.
Colloquiare con l’autore infatti, e/o con il responsabile dell’ufficio creativo della casa editrice, è un passaggio fondamentale per raggiungere un risultato coerente con i contenuti ed esteticamente accattivante.
Quando Marco Davide mi ha contattato per realizzare le copertine di questa nuova storia ho ripensato subito al trascorso che ci aveva visti impegnati nelle altre sue opere, al volto che abbiamo dato ai suoi personaggi, allo stile estetico che da quel giorno rappresenta la sua trilogia.
Abbiamo quindi concordato metodi e tempi, abbiamo ripreso il timone e ci siamo rimessi in viaggio.
Un nuovo importante progetto per cui Marco come sempre mi ha dato carta bianca riguardo la tecnica, e un buon anticipo di tempo per organizzarmi al meglio.
Mi ha fornito esempi, sintesi di contenuti, spesso anche schizzi personali di soggetti e mappe molto dettagliate, il suo mondo, il suo stile.
Questo significa interagire con l’autore.
Gli scambi che ogni volta intercorrono tra me e lui sono frequenti perché frequenti sono gli aggiornamenti e le modifiche, le idee che fioriscono durante la lavorazione.
D’altronde cogliere subito la visione precisa dello scrittore è impossibile, ognuno di noi ha un modo profondamente personale di vedere le cose, io stesso con i miei lavori non sono mai soddisfatto al primo colpo.

Ma come si procede nella realizzazione di una copertina digitale?

Realizzare una cover editoriale in digitale non è molto diverso dal farne una cartacea…per chi sa cosa deve fare, ovvio!
Lo spazio del “foglio” è lo stesso, al posto della matita o del pennello però si usa una penna digitale o il mouse.
Certo un software  consente di creare tutti gli elementi separati per poi gestirli e spostarli a necessità, e cosa non da poco rende possibile intervenire sui toni e sulla luce ogni volta che si vuole, permette di cancellare e riutilizzare all’infinito ogni passaggio.
Si può inoltre attingere direttamente dalla rete per ottenere eventuali textures o effetti che sarebbero impossibili da dipingere sulla carta.
In ogni caso ho realizzato comunque anche lavori ibridi sfruttando le potenzialità della pittura tradizionale ottimizzandola infine digitalmente, non credo che una cosa escluda l’altra.
Evitando di andare troppo sul tecnico e tralasciando le impostazioni di preparazione del foglio di lavoro digitale o le ottimizzazioni di stampa, vi parlo delle due cose da tener sempre in considerazione nella consegna di un lavoro come questo.

1. L’ingombro dei testi che andranno inseriti nella copertina.

Questi se non prefissati potrebbero fondersi con il disegno e risultare poco leggibili, o essere talmente ingombranti da nascondere una parte contenente elementi importanti. A volte si ha poca manovra in questo senso ma vale la pena aguzzare l’ingegno e sapere subito quali aree occuperanno.

2. Cornice di taglio.

In caso di stampa tipografica mai dimenticarsi delle linee di taglio che spesso le case editrici comunicano all’artista, queste potrebbero mozzare elementi disegnati che vi si trovano all’interno. Questi tagli vengono effettuati anche nelle impaginazioni digitali di case editrici che presentano uno standard d’impaginazione fisso. Meglio quindi informarsi di tutto prima di cominciare.

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Gli step

Di seguito è possibile vedere una sintesi della lavorazione di partenza e la sua evoluzione nella preparazione della copertina riguardante il primo volume scritto da Marco, "Il Richiamo del Crepuscolo".
Il metodo di realizzazione scelto in questo caso è totalmente digitale.





Premesso che quando si usa un programma per disegnare bisogna sempre tener conto del fatto che gli elementi vengono comunque realizzati dall’artista coerentemente con le sue capacità ed il suo stile. Non è stato sufficiente spingere un bottone per disegnare un vascello sul mare né si può copiare ed incollare il lavoro di qualcun altro.
A sinistra dunque la prima idea con tonalità lunari inviatagli, la mia visione di un vascello alla deriva al crepuscolo.

NB: Molte parti del vascello sono state realizzate singolarmente dopo averne studiato un po’ le caratteristiche e lo stile, e successivamente unite proprio come se fosse un modellino.
Solo l’imbarcazione si compone di 5 gruppi di livelli divisi per Legni, Vele, Cordame, Effetti luce e muffe, Metalli. Ogni gruppo ha sottogruppi di livelli composti da singoli oggetti disegnati.
La copertina completa si compone di 15 gruppi contenenti centinaia di oggetti disegnati, dal punto luce allo scoglio, dalla nuvola alla goccia di pioggia.

Nell’immagine al centro ecco la modifica dei toni richiesta dallo scrittore e l’aggiunta concordata di nuovi elementi come vele strappate, scogli, luna e teschio, pioggia e toni bronzei.
Infine nella terza, la copertina elaborata ancora nella tonalità, nella luce e nel disco lunare ormai solo accennato per evidenziare il teschio che dalla prima idea è divenuto elemento protagonista.
Qui sotto, l’impaginazione definitiva dell’opera attualmente in vendita.


Concludendo

Quando si arriva alla consegna definitiva e l’autore è soddisfatto, felice delle immagini che le sue parole hanno assunto, lo sono anche io.
Come se entrando nella sua fantasia avessi scattato una diapositiva della sua mente intenta a creare, un disegno di ciò che lui vede, non di ciò che è.
Una responsabilità che mi rende orgoglioso.


Buona lettura.

La fantasia è l’occhio dell’anima
( Joseph Joubert )





giovedì 10 novembre 2016

L'Origine del Crepuscolo

Era all'inizio del 2001 che, scrivendo il lungo addio al termine della 'Trilogia di Lothar Basler', giungevo all'epilogo di una storia principiata, dentro di me, ben prima delle pagine del suo preludio. Finita, finalmente, con tutto lo scotto che la passione aveva reclamato nella sua realizzazione. Finita, pensavo, e tanto era tutto ciò che m'importava.

Poi accade che nella notte di qualche mese più in là, di ritorno da una di quelle feste che ti catturano al tramonto e non ti rilasciano prima dell'alba, forse per scarsa lucidità, forse perché nelle ore più buie i sogni sembrano davvero più veri, si formò nella mia mente un titolo, solo un titolo, senza alcuna storia, senza alcuna trama che ancora vi affiorasse da sotto. Tre parole, scolpite nella mia mente forse poco lucida, forse preda di un sogno sconfinato nei territori della veglia.

Il Richiamo del Crepuscolo.

Il tempo di ripetermelo a fior di labbra, di figurarmi una sorta di canto sottile, di armonica che increspa l'atmosfera torbida dell'imbrunire. Subito dopo compresi due cose: la storia che pensavo di avere concluso aveva ancora molto da raccontare; e quel titolo reclamava un romanzo che forse avrebbe aspettato, ma che prima o poi mi avrebbe costretto di nuovo con la penna in mano, pretendendo di essere scritto.

Sarei tornato a immergere gli stivali nel fango dei Principati, a perdermi tra i vicoli di Lum, forse persino a bussare al Boccale del Gioco (ma ne esisteva ancora uno? non era chiuso e abbandonato?). Per giungere dove? Non ne avevo idea, ma sospettavo che sarebbe stato lontano, oltre quell'orizzonte in bilico fra tramonto grondante e tenebra sinistra.

Suona tutto molto romanzato, me ne rendo conto. Romanticamente bohémien. Eppure, la mia mano sul cuore, vi assicuro che è del tutto autentico. Un titolo nella testa, la spinta a riaprire una porta creduta chiusa. Forse ero ubriaco? Un po' brillo di certo. All'epoca, ad essere onesto, non capitava così di rado... L'università era lì per concludersi, i pensieri perlopiù lievi nella testa, il peso di molte responsabilità un'idea ancora vaga all'orizzonte. Ma una sensazione così - definitela come più vi piace - non mi è mai capitato di provarla di nuovo. I titoli sono abituato ad attribuirli a posteriori, o al massimo strada facendo, stando accorto a idearne il più possibile calzanti alle relative storie.

Non mi metto subito al lavoro, al contrario. Passano oltre quattro anni, addirittura. Il Crepuscolo mi chiama ma io, senza un autentico motivo, mi defilo. Finché, nel momento in cui mi decido a tentare la via della pubblicazione con la 'Trilogia di Lothar Basler', mi faccio anche una promessa: se la saga originale troverà un editore pronto ad accoglierla, allora io celebrerò l'evento iniziando a scriverne il seguito.

Metà 2005, ricevo notizia da una casa editrice che la 'Trilogia di LB' è stata letta ed apprezzata, che c'è intenzione di propormi un contratto di pubblicazione. Metabolizzato l'entusiasmo per la lieta novella, torno dopo anni a rimettere la penna sul foglio e cedo al 'Richiamo del Crepuscolo'. Una promessa è una promessa, e anche volendo sento di non avere più facoltà di procrastinare.

Poi...

Il contratto ritarda ad arrivare. I mesi passano, la situazione stagna. Finché vengo informato che l'intenzione di pubblicarmi esiste ancora, ma la casa editrice sta rivedendo le sue politiche editoriali e non v'è attualmente certezza che si continuerà a puntare sul fantasy. E io aspetto, aspetto. Solo uno scrittore in attesa del suo primo contratto può davvero capire quanto sia macerante. Finché la mia penna si asciuga. Sono quasi a metà de 'Il Richiamo del Crepuscolo', ma lo slancio dapprima si stempera, poi si spegne, incagliato in un senso di comprensibile amarezza. Il Crepuscolo continua a chiamarmi, ma io mi tappo le orecchie.

Giunge la fine del 2006, pochi giorni prima di Natale. Il telefono squilla, è la Curcio. Anche loro, come l'editore precedente, hanno letto la 'Trilogia di LB'. Anche a loro è piaciuta. Anche loro vogliono pubblicarla. Stavolta il contratto arriva, e io lo firmo. La promessa torna a reclamare la mia parola lasciatale in pegno (per inciso, sei mesi dopo arriverà anche il contratto della prima casa editrice; mi rimarrà come soddisfazione, ma non mi restituirà il tempo perso).

La penna riprende esattamente da dove aveva lasciato, come fosse il giorno successivo, come non fosse trascorso un anno e mezzo. E non si ferma più, fino all'estate del 2009, quando non solo quel romanzo, ma anche un secondo e un terzo hanno la loro storia raccontata. La storia che è la prosecuzione di una storia precedente, partita da molto lontano.

Fino alla vera fine, stavolta? Io credo di sì. Per certi versi lo spero, perché ci sono altre storie che mi chiamano e mi chiameranno, e non è per niente facile lasciarle inascoltate.

Ma il ricordo di quel titolo geminato in maniera inesplicabile dentro di me tanti anni fa torna ogni tanto a farmi visita.

E chi può dirsi assolutamente sicuro che qualcosa di simile non accadrà mai più in nessun'altra notte?


martedì 18 ottobre 2016

L'Avvento del Crepuscolo

Come preannunciato, esce oggi "Il Richiamo del Crepuscolo", volume primo della mia nuova "Trilogia dell'Estraneo", edito in ebook da Delos Digital.

Ci sarà tempo per esprimere l'emozione speciale che questo evento suscita nel sottoscritto, che così tanto l'ha atteso quale opportunità di condurre a compimento una storia iniziata da molto lontano. Mi limito oggi a riportare la notizia, con l'auspicio che possa far piacere a tutti quelli che assieme a me hanno condiviso l'attesa.

Il Crepuscolo prosciuga la luce, il sole stenta a rinnovare la promessa del proprio ciclo, le ombre invadono il palco sul quale verranno invitati a recitare attori vecchi e nuovi, sul confine dell'ultimo tramonto. 

Ne sentite anche voi il richiamo, nel tremore della luce che si spegne?


giovedì 13 ottobre 2016

Copertina de 'Il Richiamo del Crepuscolo'

Sul cammino bianco,
alberi che nereggiano stecchiti;
sopra i monti lontani sangue ed oro...
Morto è il sole...
Che cerchi, poeta, nel crepuscolo?

(Antonio Machado)


mercoledì 5 ottobre 2016

Habemus Datam

18 Ottobre 2016: questa la data di pubblicazione de 'Il Richiamo del Crepuscolo', volume primo della Trilogia dell'Estraneo.

Benché se ne fosse scorta un'anteprima già in coda al booktrailer postato la settimana scorsa, vi lascio qui in tutta la sua vespertina cupezza l'illustrazione realizzata da Mario Labieni per la copertina del romanzo.

Spero vi piaccia quanto è piaciuta a me.



venerdì 22 luglio 2016

Vele corrotte al corrotto vento...

Galèria studiò con scrupolo il piglio di Axel accosciato sulle gambe magre e pelose.

“Ti senti davvero pronto?” gli domandò in tono gentile.

Axel assentì con il capo.

Galèria esitò ancora un attimo nell’incrociare i suoi occhi schietti sotto l’arco folto delle sopracciglia aggricciate. Non dubitava dell’onestà del suo discepolo. Axel aveva un modo così trasparente di far trapelare le proprie emozioni che non sarebbe riuscito a mentirle neppure volendo. I dubbi li nutriva piuttosto nei confronti di se stessa, della bontà del giudizio che l’aveva indotta a chiedergli di provare. Ormai era deciso, l’incertezza avrebbe soltanto complicato le cose.

“Cominciamo.” disse.

Axel spezzò in due la radice bulbosa e se la ficcò in bocca. Iniziò a masticarla rumorosamente. Galèria posò sull’erba la grossa ciotola ricolma d’acqua; una rozza ragnatela di rune era incisa sulla terracotta. La Maestra fece un cenno a Moonz che scivolò alle spalle di Axel e gli posò le mani grifagne sulla testa. Come la proprietà narcotica della radice trattata iniziò a fare effetto, le palpebre si rammollirono sugli occhi di Axel: non calarono del tutto, ma si fermarono a mezz’asta, scosse da un fremito costante. Galèria salmodiò i versi rituali e toccò il pelo dell’acqua con la punta delle dita. Arretrò di un passo, senza smettere di mormorare. Axel divaricò le dita e sospese le palme sulla ciotola. Anche lui salmodiava adesso, sebbene la barba nascondesse il movimento delle labbra; sputava pezzetti di radice dalla bocca piena che finivano intrappolati fra le ciocche aggrovigliate. Solo Moonz restava in silenzio. Gli occhi del mezz’orchetto erano due fessure oblique; lentamente, un bagliore spettrale prese a emanare da essi, azzurrino quanto il cielo del primo mattino.

Axel curvò le spalle in avanti, finché il riflesso del sole sull’acqua non fu sostituito da quello del suo volto distorto. Sottili increspature continuavano a perturbare la superficie liquida: svanivano e si riformavano al ritmo del salmo sussurrato, prodotte da una misteriosa forza magnetica. Ben presto il lucore degli occhi di Moonz si trasferì allo spazio fra le mani di Axel e quelle minuscole onde. Un riflesso cremisi si fuse all’azzurro, generando un alone violetto. I glifi arcani incisi sulla terracotta palpitarono come braci attizzate. Galèria osservò il fenomeno e fremette in apprensione.

“Ora,” bisbigliò, “apri la tua mente.”

Axel emise un suono strozzato, come se qualcosa gli si fosse incastrato in gola. Durò un attimo, il tempo di riprendere la litania. Le sue spalle si afflosciarono, il mento gli ricadde sul petto. Le sole palpebre socchiuse continuavano a vibrare ad alta frequenza mentre lui scrutava l’acqua nella ciotola avvolta di vampe fatue e, attraverso di essa, oltre i veli del tempo e dello spazio.

Galèria strinse forte in pugno una pietra smussata con una singola runa scolpita nel mezzo. Provò a sintonizzarsi sul canale aperto dal suo discepolo ma invano. Aveva proposto ad Axel di farsi tramite del Potere incontaminato messo a disposizione da Moonz per tentare là dove lei stessa aveva fallito: stabilire un contatto con i Fratelli della Luce oltreoceano. Nonostante il controllo rudimentale e spesso istintivo che aveva delle proprie facoltà, Galèria nutriva enorme considerazione delle doti mistiche di Axel. Sperava che le sue risorse latenti, alimentate da Moonz e regolate dal proprio intervento esterno, potessero lacerare il sudario d’ombra teso a occidente e raggiungere Mighal. Purtroppo però la pietra restava fredda nella sua mano e ogni suo tentativo d’innestarsi nel flusso generato veniva frustrato da un’oscura interferenza di sottofondo.

Unghialunga seguì il rituale raggomitolato. Il suo pelo screziato era ritto e traversato dalle onde empatiche che condivideva con Moonz. Il gatto selvatico era il famiglio del mezz’orchetto: lo aiutava a stabilizzare il flusso di Potere compensando, tramite un’intima simbiosi, la sua inclinazione a manipolarlo in funzione dell’istinto. Altri animali fecero capolino dagli anfratti della foresta, attirati dalla luce. Assistettero al salmodiare di Galèria e all’esercizio curioso dei suoi adepti.

Fino all’urlo che li fece ritirare impauriti.

Galèria gettò via la pietra d’un tratto rovente.

Sono stata una sciocca imprudente! si rimproverò con un groppo alla gola, pronta a vedere Axel stramazzato al suolo.

Era stato invece Moonz a gridare. Col capo rovesciato all’indietro e le fauci zannute ancora spalancate, il mezz’orchetto aveva strattonato la lunga chioma di Axel. Un passo indietro, e la creatura si staccò dal compagno portandosi dietro una manciata di capelli incrostati. Galèria si precipitò su Axel piena di sgomento. Il contatto era stato spezzato, non c’era un attimo da perdere! Lo afferrò per un braccio e lo scosse con vigore. Con sua somma sorpresa, Axel fece resistenza: si liberò con uno strattone e digrignò i denti senza sollevare le palpebre contratte. Moonz arretrò barcollando finché s’accasciò seduto sull’erba.

“Axel, interrompi! Per l’amore di Dio.”

“N-n-no!”

Lo sforzo che fece per risponderle senza uscire dal regime di parziale catalessi lasciò Galèria senza parole. Lo vide curvare le dita nella forma di artigli artritici nel tentativo di mantenere il controllo sul bagliore rosso e blu che si torceva sibilando sulle increspature dell’acqua. Axel si era fatto tramite dell’energia di Moonz, il Potere di un Kazhum A Teara. Persino il Venerabile Mighal era stato solito diffidare della procedura che rendeva un semplice umano, per quanto addestrato nell’arte, vettore del Potere più puro. Galèria aveva studiato per anni il fenomeno ed era giunta alla conclusione che, sottoposta a vincoli stringenti, la pratica era realizzabile. Rammentava decine di occasioni in cui lei e il suo vecchio Maestro avevano dissertato anche animatamente sui rischi correlati alla sua attuazione. Ma ora Axel aveva interrotto il legame diretto con il serbatoio energetico. Si torceva squassato da un parossismo di spasmi interiori, nello sforzo di dominare autonomamente quell’energia raffinata.

Santo Dio, no! Finirà per ucciderti!

Galèria fece di nuovo per strapparlo alla catalessi ma qualcosa la fermò. Fu la sensazione dell’occhio chiaroveggente di Axel che s’acuiva oltre i limiti umani, irrorato dal Potere di Moonz. Lo sentì bucare come uno strale la tetra, impalpabile foschia che permeava l’aria.

Un borbottio liquido. La ciotola esalò i vapori dell’acqua in ebollizione.

Axel spalancò le palpebre sulle sclere iniettate di sangue; le iridi erano scomparse nell’incavo delle orbite.

Galèria non poté più indugiare. Capovolse la ciotola con un calcio, spedendo l’acqua a ribollire nell’erba. Axel fu scosso da uno spasmo violento. Rigurgitò il bolo nero della radice semi-masticata. La Maestra lo afferrò per le spalle che tremavano senza controllo.

“Axel, per l’amor di Dio! Axel!”

Galèria si cavò frettolosamente di tasca una fiaschetta di legno. Fece saltare il turacciolo con l’unghia del pollice e costrinse Axel a trangugiarne il contenuto.

Lentamente, i suoi occhi tornarono a raddrizzarsi. Una pellicola di sudore viscoso gli ricopriva ogni palmo della pelle bollente. Tremava come in preda alla febbre e un rivolo di sangue gli colava dal naso. “Ma-ma-estra…” balbettò.

“Axel, calmati, è tutto finito,” Galèria lo abbracciò con un singhiozzo, “tutto finito. Perdonami, sono stata un’incosciente a chiederti di provare.”

“Ma-e-stra… ho ve-duto…”

“Taci, per carità. Non devi sforzarti ancora.”

Axel scosse piano la testa e lottò per articolare le parole: “Un va-scello… solca il mare so-li-tario…” Deglutì con una smorfia aspra. Quando riprese a parlare la sua voce era più fluida, benché al limite dell’udibile. “Viaggia alla deriva… le vele strappate, lo scafo scrostato… un vessillo nero privo d’emblema sventola sull’albero maestro… S’incaglia sulla riva… e nessun equipaggio sbarca… ma un’ombra… un’ombra…” s’interruppe con un rantolo.

“Axel!” Galèria pensò che non ce l’avrebbe fatta a continuare. Moonz barcollò al loro fianco. Unghialunga lo fissava con gli occhi verdi e gialli sbarrati, le pupille ridotte a due fessure verticali. Il mezz’orchetto cadde in ginocchio, la testa penzoloni.

“Un’ombra di morte…” Axel sembrò radunare le forze residue per proseguire. “Si stende dalla nave… sommerge la costa… sommerge alberi e montagne… fiumi e villaggi… città… Precipita verso di me… ho paura, non posso muovermi… Poi odo una voce… mi chiama, mi chiama… ma io non posso vedere… cieco di tenebra e di… smarrimento…”

“Conosci quella voce?”

Axel scosse impercettibilmente la testa. “No… eppure mi chiama e io… io…” le parole s’impigliarono nella lingua, “…io non posso decidere di non andare… mi trascina verso l’oscurità che ricopre il… cielo… Il sole si spegne… la luce muore… e poi…” i suoi occhi maculati di capillari esplosi si riempirono dell’immagine della visione testimoniata.

“E poi?”

“Poi… poi…” le labbra di Axel cominciarono a tremare, lacrime dense gli rigarono le guance barbute. “Poi il nulla…”

“Che vuol dire il nulla?” Galèria sentì un vuoto gelido farsi strada nel suo stomaco.

“Il nulla.” Adesso Axel piangeva e tremava rannicchiato come un bambino. “Solo un unico immenso crepuscolo perdurante…”


Galèria lo strinse a sé e nascose nella sua spalla il proprio volto affrescato dal terrore.