Che sia un ebook fresco di download o un cartaceo fragrante di stampa, poco importa: a Natale un libro resta sempre un amico fedele di chi il dono lo fa e ancor più di chi lo riceve! 😊
Visualizzazione post con etichetta il richiamo del crepuscolo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta il richiamo del crepuscolo. Mostra tutti i post
giovedì 14 dicembre 2017
venerdì 1 settembre 2017
venerdì 23 giugno 2017
Il Crepuscolo - 2
"Rudger Rembrandt, Primo Generale di
Saëgata, osservava sconcertato lo sfacelo del presidio di frontiera nel vallone
sotto di sé. Alle sue spalle, la truppa mormorava. Era stato lui, allorché gli
esploratori gli avevano riferito delle colonne di fumo che si levavano dal
fondovalle, a ordinare che proseguissero tutti assieme in quella direzione
invece di mandarli a indagare più da vicino. Il sole scompariva presto oltre le
cime, là sulla Cordigliera, e Rudger non era entusiasta dell’idea di accamparsi
senza avere dato personalmente un’occhiata. Secondo le guide e le mappe, quello
era il più settentrionale fra i presidi che sorvegliavano i confini del
Principato di Saëgata, stabilito a cavallo dell’angusto valico che fendeva la
catena montuosa a metà fra i rami tributari del fiume Arrena. Avevano seguito
la mulattiera fino alla cresta della balza affacciata sul vallone. Lì s’erano
fermati, a contemplare il disastro.
Rudger si concesse un solo istante di puro ribrezzo. – Uomini! – abbaiò quello seguente snudando la spada. – Alle armi!"
Non era un semplice presidio distrutto,
raso al suolo nella maggior parte degli edifici di pietra e fumigante in quel
poco che ancora resisteva in piedi, lentamente consumato dalle ultime,
pervicaci vampe dei roghi ancora caldi. C’erano cadaveri ovunque, sparsi per la
valle incrostata di ghiaccio e lingue di neve vecchia. A quella distanza, nella
luce debole del giorno morente, non era possibile distinguere le ferite, ma la
disposizione caotica con cui erano accasciati palesava gli indizi della lotta.
C’erano cadaveri ovunque e ce n’erano nella grossa buca scavata oltre il
perimetro recintato del presidio, circondata da enormi mucchi di legna
carbonizzata. All’inizio il Primo Generale pensò a una fossa comune che le pale
avevano avuto modo di ricoprire solo in parte. Poi, studiando meglio il terreno
malamente dissodato e i mucchi di terra e pietrisco gettati senza criterio ai
suoi lati, si rese conto che la fossa era stata piuttosto riaperta. Stava
domandandosi chi mai, per la grazia degli dèi, avesse avuto in animo di
perpetrare una simile profanazione, quando l’esclamazione turbata di uno dei
suoi esploratori lo spinse a volgere l’attenzione verso il centro del presidio,
dove spiccavano le pareti annerite ma ancora intatte della caserma principale.
Lo stendardo bianco-verde di Saëgata sbatteva flaccido su ciò che rimaneva
della torre di guardia, schiaffeggiato dalle folate gelide che spiravano per la
gola. Ai suoi piedi, immersi in una pozza di tenebra foderata di neve sporca,
stavano dozzine di corpi accatastati.
L’esploratore che aveva esclamato studiava
a bocca aperta la torre attraverso un cannocchiale foderato di cuoio. Rudger
glielo strappò letteralmente di mano, in uno scatto di nervosismo. Puntò lo
strumento alla base della fortificazione e subito l’irritazione defluì insieme
al sangue dal suo cervello.
Non erano cataste di cadaveri. Erano cataste
di pezzi di cadaveri. Pile di teste, cumuli di membra. Rudger scandagliò
di nuovo il vallone e vide quello che la distanza sulle prime gli aveva negato:
i corpi erano quasi tutti mutilati, privati di parti del corpo o ferocemente
dilaniati. Tornò a esaminare la fossa scoperta. Laggiù i cadaveri erano nudi e
oltremodo rinsecchiti, ma almeno erano ancora interi.
–
Sangue di Volkos… – A imprecare fu il comandante dei Lupi Grigi che, rimediato
anch’egli un cannocchiale, aveva appena terminato di contemplare il suo stesso
spettacolo. – Che pandemonio è mai accaduto, mio sire?
Rudger abbassò il cannocchiale. Il cielo
violetto dell’imbrunire proiettava la sua immane ombra a guisa di pietoso
sudario sulla valle. La notte allungava le falangi di ghiaccio a carezzarli
sullo sperone di roccia proteso sulla mattanza; là sulla Cordigliera, la
primavera era poco più d’una illusione, una promessa ancora difficile da
mantenere. Rudger rabbrividì sotto la corazza. Udì gli uomini borbottare
agitati. Persino i Lupi Grigi, orgoglio e vanto di Kaisersburg, faticavano a
nascondere l’inquietudine. Il Primo Generale non li biasimava, poiché ne
condivideva il raccapriccio.
Poi emersero dalle ombre. Da soli o in
piccoli gruppi. Forme nere partorite dal ventre devastato del presidio. Alcune
strisciavano appesantite dal fardello dei propri corpi contorti, altre
avanzavano spedite scivolando sulla sassaia cosparsa di morti. Nude o
abbigliate di stracci. Parecchie indossavano ornamenti macabri strappati dalle
carni stesse dei cadaveri.
Rudger si concesse un solo istante di puro ribrezzo. – Uomini! – abbaiò quello seguente snudando la spada. – Alle armi!"
(Da Il Richiamo del Crepuscolo - Trilogia dell'Estraneo (vol.1))
domenica 4 giugno 2017
Il Crepuscolo
"Loïc Tissier
congedò con un sorriso artefatto lo scrivano cui aveva appena dettato gli
ultimi capoversi del rapporto sanitario da spedire a Saëgata. Il ghigno,
cortese ma privo di allegria, permase come un crampo sul suo viso scavato anche
quando l’attendente si fu chiuso la porta alle spalle, lasciandolo solo nella
stanza modesta che costituiva la sua accomodazione privata in quel paesello
sperduto alle falde delle montagne.
Si alzò in piedi, fece scorrere il
chiavistello alla porta, tirò le tende davanti alle finestre. Agì con la calma
metodica che gli era solita, senza fretta. Mise ordine fra le poche cose che
attrezzavano il piccolo scrittoio ad angolo. Ne abbassò la saracinesca e si
guardò allo specchio appeso di fronte. La superficie unta e la penombra
addensavano la sfumatura delle occhiaie profonde. Sbottonò lentamente la
camicia fino a scoprirsi il petto magro. Il sorriso contratto tremolò. La pelle
pallida, sudaticcia nonostante il clima rigido della primavera pedemontana, era
deturpata da piccole piaghe purulenti. Si annidavano a grappoli sotto le
ascelle e fra i ciuffi di peli ferrigni che gli incoronavano i capezzoli. Erano
circondate da un’aura cinerina dove la pelle tendeva a squamarsi scabbiosa. Era
cominciato da un paio di giorni e procedeva come sempre a buon ritmo. Si toccò
un angolo della bocca, dove la carne aveva iniziato a sfarinare. Aveva già
individuato altri focolai nelle zone genitali e tra le dita dei piedi. Il
bruciore che gli pizzicava la narice sinistra lo informava dell’ennesimo nucleo
d’infezione attivo. Le labbra furono scosse da un tremito. Le incurvò in una
smorfia aspra, come se avesse ingollato una pozione dal sapore pungente.
Reinserì uno a uno i bottoni della camicia
nelle asole, sempre con lo stesso scrupolo quasi maniacale. Puoi travisare un
sintomo, soleva dire il suo precettore di epidemiologia all’università di
Saëgata, lo puoi trascurare… ma non puoi fingere di non averlo visto senza
ingannare la tua onestà intellettuale. Ne aveva visitati troppi per illudersi.
Ne aveva fatti rinchiudere a decine nel confino spietato della quarantena.
L’incubo di quello che aveva visto e udito oltre i recinti di segregazione
l’aveva privato del sonno delle ultime settimane. Disperazione, violenza e…
Deglutì a vuoto, deciso a non dragare il
fossato putrido della memoria. Aveva udito voci di quarantene date alle fiamme
nei pressi dei valichi occidentali. I soldati, morti, contagiati o più
semplicemente fuggiti, non erano più in grado di tenere testa alla situazione.
La pressione dei profughi che attraversavano la Cordigliera aumentava di giorno
in giorno.
Sarebbero giunti presto alle stesse
drastiche contromisure anche laggiù.
Aprì la cesta di vimini sotto la
scrivania. Ne estrasse un foglio di pergamena arrotolato e assicurato da uno
spago sigillato con la ceralacca. Lo posò con delicatezza sulla cima della
saracinesca abbassata. La smorfia in cui s’era trasformato il ghigno iniziale
era adesso stata sostituita da un sorriso rilassato, pregno di amarezza e
solitudine. A parte la pergamena, il cesto conteneva un altro oggetto ripiegato
sul fondo. Un rotolo di fune robusta, la cui estremità aveva annodato a cappio
nelle ore più buie della notte. Ne accarezzò per qualche istante la sinuosità
ruvida, prima di tirarlo fuori.
Pregò gli dèi affinché avessero
misericordia di coloro che fossero stati chiamati ad arginare quella pazzia,
intanto che faceva scorrere la fune sulla trave portante del soffitto."
(da Il Richiamo del Crepuscolo - Trilogia dell'Estraneo (vol.1))
venerdì 5 maggio 2017
Meet the Characters - L'Estraneo
Puntata speciale per la carrellata di personaggi de "Il Richiamo del Crepuscolo", dedicata a colui (colei? costui? costei?) cui tocca onore ed onere di conferire il titolo all'intera saga...
L'Estraneo, per l'appunto.
.....
L'Estraneo, per l'appunto.
.....
Come un’ombra
scivolata oltre la coda dell’occhio distratto, egli vaga.
Per le contrade degli uomini, lungo le vie
segrete sepolte sotto la pelle di campagne e città. Viaggia attraverso la
ragnatela occulta intessuta nell’epidermide delle carrarecce che solcano
colline, selve e pianori, inseguendo il corso delle rotte recondite nel
labirinto di vicoli angusti dei borghi affollati. La notte, perlopiù, quando la
tenebra è alleata del passo discreto; talvolta di giorno, là dove l’ala
dell’ombra si spiega di nascosto al sole di primavera.
Nessuno di coloro che incrocia lo rende
mai oggetto d’una occhiata consapevole. Lo sbirciano per il tempo d’un battito
di ciglia. Tutto ciò che resta loro è l’alone torbido di un brano di memoria,
il riflesso cupo di quell’ombra scorta ma non del tutto registrata; un sussulto
inatteso, un disagio fosco. Molti lo sognano la notte successiva, eppure quando
si destano sudati non riescono a definire lo spettro onirico evocato dal
ricordo fugace. Vi riflettono in preda all’ansia, ma presto la reminiscenza
sfuma e la mente non è più capace di ricordare l’oggetto di tanto turbamento.
Talora, di rado, si ferma a parlare, chiedere, interrogare. Riceve risposte
borbottate, parole nolenti di chi ha fretta di allontanarsi prima di dovere
ammettere l’inquietudine che gli monta nel petto. Avvolto dai miasmi untuosi
delle taverne appartate, o nel buio serale dei crocicchi isolati di campagna,
adesca il passante occasionale e ne ottiene lo scampolo d’informazione di cui
abbisogna; poco dopo è già svanito, e il ricordo è l’impronta indefinita d’un
brivido sulla pelle.
Vaga, e non sempre il cammino è deciso. Ci
sono frangenti in cui la ragione pare offuscata dallo stesso inchiostro fluido
della tenebra di cui s’ammanta. Barlumi d’oscurità che sbocciano nella mente,
eclissi d’intelletto che lo costringono a indugiare il passo, a nicchiare,
rallentare.
Finché l’inchiostro si riassorbe ed egli
riprende a vagare.
Fiuta la scia dei cacciatori che lo
inseguono e quella più acre della paura che pretendono di ignorare. Lo temono,
giacché sanno che non esiste preda e predatore, bensì una pavana complessa in
cui i ruoli mutano a ogni ciclo della marea. Altri a venire saranno invitati
alla danza, altri attori sul palco a mescolarsi di posto e costume. C’è chi già
sogna l’odore appassito del suo strascico di tenebra. Sente l’aroma conturbante
di chi c’è e di chi ci sarà.
Ancor più, tuttavia, sente il richiamo
sinistro del sole che preme per tramontare sul mondo.
giovedì 20 aprile 2017
Meet the Characters - Uldrich
Nuova puntata di presentazione dei personaggi chiamati sul palco del "Richiamo del Crepuscolo", e stavolta è il turno di qualcuno che eviterei se non strettamente necessario di prendere di petto (o, peggio, alle spalle)...
Uldrich Zimmerman.
Semplicemente noto in ambienti poco raccomandabili come il Rosso.
PS: il disegno è uno degli schizzi privi di pretese elaborato a suo tempo per fissare qualche tratto somatico del personaggio, abbozzato su carta qualsiasi e stropicciata. ;)
.....
Olaf sorrise distratto alla cameriera che gli porgeva la scodella di uova sode e formaggio e il calice di vin cotto che aveva ordinato. Quella parve risentita del disinteresse che mostrò per la scollatura discinta che si era chinata per mettere in evidenza. Raggranellò i ducati d’argento del conto e s’allontanò sculettando indispettita. Olaf non le diede peso; era là per altro che sbattersi le puttane che servivano ai tavoli.
Olaf
rimase solo con un nuovo groviglio di pensieri. Finì di bere e di mangiare e,
come gli era stato comandato, lasciò in tutta fretta il Pozzo.
Uldrich Zimmerman.
Semplicemente noto in ambienti poco raccomandabili come il Rosso.
PS: il disegno è uno degli schizzi privi di pretese elaborato a suo tempo per fissare qualche tratto somatico del personaggio, abbozzato su carta qualsiasi e stropicciata. ;)
.....
Olaf sorrise distratto alla cameriera che gli porgeva la scodella di uova sode e formaggio e il calice di vin cotto che aveva ordinato. Quella parve risentita del disinteresse che mostrò per la scollatura discinta che si era chinata per mettere in evidenza. Raggranellò i ducati d’argento del conto e s’allontanò sculettando indispettita. Olaf non le diede peso; era là per altro che sbattersi le puttane che servivano ai tavoli.
Il
suo uomo era seduto al bancone. Beveva e parlottava con l’inserviente che
mesceva dalle botti accatastate al muro. Una calca chiassosa era pigiata nello
spazio che li separava. L’odore del sudore era forte, mischiato a quello
dell’alcol e del vomito. In un angolo si giocava ai dadi. Olaf sorseggiò il
vino mentre seguiva le fasi di una partita accanita. Strepiti e bestemmie,
denaro che passava velocemente di mano. Un giocatore che aveva alzato troppo il
gomito perse la puntata e provò ad accusare chi teneva il banco di averlo
ingannato; furono i suoi stessi amici a trascinarlo via, prima che si mettesse
nei guai. Scostò dagli occhi una ciocca dei capelli riccioluti e tornò a
sorvegliare il bancone.
Il
suo uomo era sparito.
Olaf
sbatté le palpebre irritate dal fumo. Si era distratto soltanto pochi istanti.
Perlustrò la taverna affollata senza scorgerne traccia. Dove diavolo s’era
ficc…
- Cerchi
qualcuno?
Uldrich
si materializzò come d’incanto dall’angolo cieco della sua visuale. Sorrise
sornione al suo sobbalzo e, prelevata una sedia dal tavolo a fianco, la usò per
accomodarsi di fronte a lui.
- E
tu chi sei? - Olaf recuperò in fretta la calma.
Uldrich
teneva due boccali colmi di birra nella mano destra. Li piazzò in mezzo al
tavolo, scostando il calice già presente. - Qui dentro il vinello cotto lo
bevono solo quelli che schifano le donne. Siccome il tuo grugno mi pare virile,
ho pensato fosse meglio portarti qualcosa di più appropriato. - Parlava in tono
pacato e confidenziale. - Kaiser Ale, la Birra del Condottiero. Un po’ dolce,
forse, ma non ero sicuro dei tuoi gusti precisi.
- Chi
t’ha dato il permesso di sederti al mio tavolo? - ringhiò Olaf.
- Detto
da uno che mi sta alle calcagna da mezzo pomeriggio, non suona molto corretto.
- Che
cazzate vai dicendo? - Olaf fece scivolare una mano sotto al tavolo; le dita si
strinsero sul pugnale alla cintura.
Uldrich
puntò i gomiti sul tavolo per sporgersi di un palmo. - Ho passato anni della mia
vita ad annusare la puzza delle ascelle di quelli che provavano a ficcarmi il
naso negli affari. Non importa quanto bene si nascondano, se impari a
percepirne il fetore sono fregati lo stesso. - Conservava sempre il sorriso
bonario ma subito sopra gli occhi scintillavano di malizia. - Adesso bevi quella
birra e smetti di recitare la farsa della verginella. - Ingollò un bel sorso di
Kaiser Ale.
Olaf
lo fissò rigido, la mano sul pugnale. - Che vuoi?
Uldrich
mise giù il boccale. - Sai come chiamano questa bettola?
Olaf
aveva visto il disegno di una luna ghignante campeggiare sull’ingresso. La
scritta non aveva saputo decifrarla. Sospettava in ogni caso che l’altro si
riferisse a qualcosa di più della denominazione pubblica.
- Il
Pozzo. - rivelò Uldrich. - Perché è facile che l’avventore occasionale che
non ne conosca bene gli anfratti faccia fatica a risalirne le pareti fino
all’uscita. Ne sono scomparsi a mucchi qui dentro, sai? - Il sorriso affabile si
dischiuse sui denti ingialliti. - Ti ci ho portato apposta, mano nella mano. E
tu mi hai seguito docile.
Olaf
sentì un brivido zampettargli lungo la schiena. Fece saettare gli occhi da un
angolo all’altro della taverna. Se quel bastardo credeva di poterlo
intrappolare tanto facilmente…
- Rilassati,
sono qui per parlarti. - Uldrich sembrò trovare la sua reazione divertente. - Se
avessi voluto incastrarti mi sarebbe bastato grattarmi una basetta senza
scomodarmi dal bancone. Ora stammi a sentire. Guarda verso destra, oltre la mia
spalla, a quel tavolo quadrato. Ma fallo con noncuranza.
Olaf
ubbidì, senza però mollare la presa sul pugnale. Tre uomini attorno a un tavolo
ingombro degli avanzi della cena. Uno sonnecchiava con la testa appoggiata al
muro, presumibilmente sopraffatto dall’alcol. Gli altri due parlottavano di
qualcosa di leggero, a giudicare dalle risatine che si scambiavano. - Cos’è che
devo vedere?
- Quei
tre. Sai chi sono? Sbirri della Polizia privata del principe. - Uldrich sorbì
piano la birra.
Olaf
sbirciò di nuovo. Sembravano in tutto e per tutto degli avventori ordinari. Né
l’abbigliamento, dimesso e conforme al locale, né gli atteggiamenti facevano
sospettare alcunché d’insolito.
- Persino
loro avrebbero difficoltà a lasciare il Pozzo, se lo volessi. Tuttavia hanno le
chiappe assai più protette delle tue, se m’intendi. - Ridacchiò di gusto. - Ma la
cosa divertente, la cosa davvero divertente, è l’identità della persona
di cui stanno spiando i movimenti. - Le labbra carnose di Uldrich si
spalancarono in un sorriso. - Te.
Olaf
s’accigliò in preda allo smarrimento. - Che dici?!
- Abbassa
la voce. - l’espressione mutò all’improvviso in una smorfia aggressiva. - Prendi
invece in mano quel cazzo di boccale e sturati le orecchie.
Olaf
ubbidì con riluttanza. Agguantò il boccale con la sinistra, tenendo la destra
sempre sotto al tavolo.
Uldrich
attese di nuovo sorridente che l’altro trangugiasse il primo sorso, poi
riprese: - Non mi frega un soldo bucato di chi la Polizia pedina o rinchiude in
galera. Quello che invece mi frega è se la loro preda si mette a giocare alla
spia con me e così facendo si tira appresso gli sbirri e me li appiccica al
culo. Capisci?
Olaf
annuì. - Non m’ero accorto di essere seguito.
- Naturale.
Non ti sei neanche accorto di come t’ho portato qui al guinzaglio. Non credevo
che la Polizia avesse il fegato di arrischiarsi a mettere piede nel Pozzo. Lo
scudiscio del padrone deve sferzarli con vigore, di questi tempi.
- Che
vuoi da me?
- Per
prima cosa, che la smetti di starmi addosso. So chi sei e immagino chi ti
manda. Un guerriero saprà pure giostrare con la spada, se non è ancora morto
ammazzato, ma questo non basta mica a renderlo adatto a certe altre mansioni.
Sarai pure furbo, se ti hanno scelto per seguirmi, ma io sono più furbo di te.
Mettitelo bene in testa. Magari avresti la meglio su un campo di battaglia, ma
il fango dei vicoli è sdrucciolevole e le ombre che nascondono mortali. Il tuo
incarico finisce qui, hai fatto il meglio che potevi, considerato che non era
il tuo mestiere. Ultimamente sono stato un po’ in debito di serenità e questo
t’ha facilitato il lavoro, ma la mia mente non è abituata a rimanere poco
lucida per troppo tempo di seguito.
- Perché
non mi fai semplicemente fuori?
- Sarebbe
la scelta più logica, ma non è il caso di alzare troppa polvere con quei tre
che ti puntano gli occhi addosso. Dovresti ringraziarli, tutto sommato. Quello
che adesso devi comprendere è che la partita è chiusa. Hai la Polizia alle
costole, ma è un affare che dovrai sbrigarti da solo. Considera il fatto che te
lo abbia reso noto come un pegno da parte mia per toglierti dalle palle.
Per
la prima volta da quando Uldrich s’era seduto al suo tavolo, Olaf si concesse
un sorriso rilassato: - Un gesto magnanimo da parte tua.
- Forse
non cogli neppure quanto. - sussurrò Uldrich serio. - Senti dunque cosa faremo.
Terminerai di bere la birra che t’ho offerto e ripulirai il piatto dalle
pietanze. Poi ti alzerai dalla sedia e ti dirigerai indifferente verso
l’uscita, barcollando il giusto per aver tracannato una pinta di Kaiser Ale.
Una volta fuori, allontanati prima che puoi dal quartiere. Non è zona da girare
la notte, questa.
- E
tu?
- Io
da questo momento in poi non devo neppure più transitare per caso nel cervello
che ti separa le orecchie. E, - Uldrich socchiuse gli occhi mentre si alzava in
piedi, - un ultimo consiglio: occhio alla Polizia, si stufano presto di
limitarsi a osservare.
venerdì 7 aprile 2017
"Il Richiamo del Crepuscolo" finalista al Premio Italia
Quale modo migliore di iniziare il venerdì, che scoprire che "Il Richiamo del Crepuscolo" è finalista per il 'Premio Italia 2017', nella categoria 'Romanzi Fantasy Italiani'?
Vada come vada, la soddisfazione è in tasca, e il mio ringraziamento più sincero è rivolto a chi lo ha votato e a chi, da lunedì, sceglierà di votarlo ancora. :)
Vada come vada, la soddisfazione è in tasca, e il mio ringraziamento più sincero è rivolto a chi lo ha votato e a chi, da lunedì, sceglierà di votarlo ancora. :)
martedì 14 marzo 2017
"Il Richiamo del Crepuscolo" in nomination per il Premio Italia
Mi hanno segnalato con piacere che "Il Richiamo del Crepuscolo" è tra le nomination proposte da Delos per l'edizione 2017 del 'Premio Italia', categoria 'Romanzo Fantasy'.
Ringrazio in anticipo chi, tra gli aventi diritto al voto, deciderà di riservare la propria preferenza al mio romanzo. :)
Ringrazio in anticipo chi, tra gli aventi diritto al voto, deciderà di riservare la propria preferenza al mio romanzo. :)
mercoledì 8 marzo 2017
Meet the Characters - Rollo
Riprendo dopo qualche settimana la carrellata di presentazione dei nuovi personaggi protagonisti de "Il Richiamo del Crepuscolo", accompagnata da qualche disegno ritrovato nei cassetti.
Siore e siori, ecco a voi il nano Holfgar Bjork'lund. Sapiente, artigiano e tecnologo.
Meglio noto come Rollo.
.....
Siore e siori, ecco a voi il nano Holfgar Bjork'lund. Sapiente, artigiano e tecnologo.
Meglio noto come Rollo.
.....
Le dita di Rollo, tozze e callose quanto quelle di qualsiasi artigiano nano, strofinavano con incredibile levità il panno sul calcio di legno e sulla canna plumbea della pistola. Ne aveva smontato i componenti con cura amorevole, l’aveva puliti e lubrificati. Adesso lucidava la superficie della pistola riassemblata; un’arma gemella, del tutto identica a quella che teneva in mano, era posata su un quadrato di lino ripiegato sullo scrittoio a cui era seduto.
–
Giuro di essere integro, nella carne e nello spirito, che il tocco del male non
corrompe l’esistenza che con modestia offro al volere di Dio.
La voce profonda di Eusebio spinse Rollo a
distrarre lo sguardo dal proprio lavoro. Aveva appena pronunciato il Giuramento
di Integrità, preludio all’investitura. Stava ritto in mezzo alla stanza,
completamente nudo a eccezione del ciondolo di legno, il corpo muscoloso
segnato da una ragnatela di cicatrici assortite. Come un marchio da bestiame,
un rozzo tatuaggio di tre lettere grezzamente vergate spiccava sulla sua spalla
sinistra: EVX. Forse era solo un’impressione inquinata dal bagliore fluttuante
dei lumi, ma il nano avrebbe giurato di riconoscere una punta di commozione
nella maschera concentrata di Eusebio.
–
Prostrati dunque dinanzi a me, – la voce di Sebastian Arelano, un fruscio di
foglie palpate dal vento, – che qui incarno il cospetto di Dio Onnipotente.
Il Rito di Umiltà, rifletté Rollo
mentre Eusebio si genufletteva a capo chino. Il vecchio inquisitore immerse i
polpastrelli in una ciotola colma di cenere e disegnò una croce a otto punte
sulla sommità della sua testa. Rollo aveva assistito già un paio di volte a
quel cerimoniale, quantunque le cappelle solenni che l’avevano ospitato
avessero poco a che spartire con quell’alloggio profano. Aveva sentito dire che
la cenere consacrata era trattata con unguenti che la rendevano terribilmente
urticante. Eusebio dal canto suo accettò impassibile che fosse cosparsa sulla
propria scarna chioma. L’inquisitore salmodiò qualcosa tra sé.
–
Come cenere anonima, tu ti porrai di fronte a Lui. – recitò aumentando di poco
il volume. – Umile recipiente della Sua Volontà sarà il tuo spirito, sino a che
non lo renderai alla Dimora Celeste.
Sebastian Arelano lo prese per le spalle e
lo invitò ad alzarsi. Eusebio obbedì docile, sempre con gli occhi bassi sui
piedi scalzi. Si fece condurre a una tinozza d’acqua, rimpiazzo improvvisato
dei lavacri di marmo comunemente usati. Là si immerse fino alle ginocchia. Per
otto volte l’inquisitore gli asperse il viso con l’acqua gelida. Recitò in un
bisbiglio inintelligibile i versi della Litania del Mondamento, a corredo del
Rito di Purificazione.
Eusebio uscì gocciolante dalla tinozza.
S’inginocchiò di nuovo e l’inquisitore gli asciugò la parte superiore del corpo
con un panno pulito. Svitò il contenitore metallico dell’olio sacro e gli segnò
il petto e le spalle robuste con l’icona della croce. L’ultimo passaggio lo
riservò alla fronte spaziosa, ancora madida di goccioline.
–
Dalla cenere della sottomissione e dall’abluzione della purificazione, io ti
marchio con il crisma della rinascita. Germina così a nuova vita la tua anima,
nella luce del Dio Padre.
Eusebio partecipò al Rito della
Resurrezione pronunciando con voce ferma gli otto precetti fondamentali della
dottrina di Caeres.
Il cerimoniale volgeva al termine. Rollo
tornò a dedicarsi ai suoi adorati strumenti. Impugnò entrambe le pistole.
Bered Han Zhûl, pensò esaminandone
il calcio finemente intagliato, i Piccoli Lampi Neri.
Il loro progetto risaliva ai tempi in
cui studiava all’Accademia Imperiale degli Ingegneri di Sudhen. Lo aveva concepito
tra i suoi laboratori; lo aveva sviluppato e vezzeggiato nelle stagioni
entusiaste della giovinezza. Aveva dovuto tuttavia attendere anni prima di
realizzarne l’idea. Le Bered Han Zhûl, così come il magnifico Amok Dhûl, erano
state forgiate nelle fucine di Rhon, ai tempi in cui ancora esisteva la
Repubblica, prima che l’Impero di Caeres tornasse ad annetterla con l’aiuto
delle legioni straniere.
–
Pronuncia ora il Giuramento della Vita e della Morte. – comandava nel frattempo
Sebastian Arelano.
– Io,
Eusebio, giuro al cospetto del Dio Padre e mio Unico Signore, come servo del
Suo arbitrio, di consacrare la mia vita al Suo nome, di professare senza
menzogna il Suo verbo, di combattere con audacia le Sue battaglie, – si
schiacciò un pugno sul petto, – fino a che questo cuore cessi di battere, e
oltre ancora.
– E
io testimonio in Sua vece la fede nelle tue parole. – declamò il vecchio
inquisitore. – Alzati fratello Eusebio e ricevi il simbolo che da oggi ti
compete. – Gli sfilò la croce lignea dal collo taurino e la sostituì con una
copia di metallo. – La tua iniziazione è conclusa. Sei ufficialmente un soldato
di Dio, ora. Raccogli le tue armi, ci prepariamo ad andare in battaglia.
Rollo fece scattare i grilletti delle
pistole scariche. – Così sia. – mormorò tra sé.
giovedì 9 febbraio 2017
Lothar e l'Estraneo (di nuovo) in cartaceo
Ho ripetuto spesso come, per una serie di ragioni, avessi concepito il progetto di (ri)pubblicazione della "Trilogia di Lothar Basler" e della successiva "Trilogia dell'Estraneo" in via esclusivamente digitale. Malgrado questo, le numerose richieste pervenutemi in questi mesi di avere disponibili i romanzi anche in versione cartacea mi ha convinto a tornare in parte sui miei passi.
Annuncio allora che da qualche giorno i volumi di entrambe le saghe sono acquistabili su Amazon anche nel tradizionale paperback a copertina flessibile.
Per Lothar questo è un ritorno alle origini, compimento a questo punto naturale del suo percorso di andata e ritorno attraverso il mondo editoriale. Per l'Estraneo è una sorta di nuovo esordio, che riguarderà "Il Richiamo del Crepuscolo" ma ovviamente anche i due volumi successivi.
Quale che sia la vostra scelta, su carta o su ebook, non mi resta quindi che augurarvi buona lettura!
Annuncio allora che da qualche giorno i volumi di entrambe le saghe sono acquistabili su Amazon anche nel tradizionale paperback a copertina flessibile.
Per Lothar questo è un ritorno alle origini, compimento a questo punto naturale del suo percorso di andata e ritorno attraverso il mondo editoriale. Per l'Estraneo è una sorta di nuovo esordio, che riguarderà "Il Richiamo del Crepuscolo" ma ovviamente anche i due volumi successivi.
Quale che sia la vostra scelta, su carta o su ebook, non mi resta quindi che augurarvi buona lettura!
Etichette:
figli di tenebra,
il richiamo del crepuscolo,
il sangue della terra,
la lama del dolore,
la trilogia dell'estraneo,
romanzi,
trilogia di lothar basler
venerdì 13 gennaio 2017
Il Tè dell'Estraneo
Quest'oggi sono ospite dell'elegante salotto regency di Miss Darcy per il tè delle cinque, accompagnato da un'insolita intervista...
Cliccate sull'immagine qui sotto per saperne di più.
Cliccate sull'immagine qui sotto per saperne di più.
mercoledì 4 gennaio 2017
Meet the Characters - Axel
Seconda puntata di introduzione ai nuovi personaggi de "Il Richiamo del Crepuscolo".
Stavolta è il turno di un tizio irsuto quanto bizzarro (ma ricco di insospettabili risorse)...
Axel da Paest.
.....
Stavolta è il turno di un tizio irsuto quanto bizzarro (ma ricco di insospettabili risorse)...
Axel da Paest.
.....
Un gorgoglio sommesso li introdusse alla vista di una
morbida depressione. Scavalcarono un pendio orlato di pruni e penetrarono
l’anello di conifere che cingeva una polla alimentata da una vena d’acqua
sorgiva. Un cerbiatto vi si abbeverava solitario. Raddrizzò il collo
nell’udirli arrivare; li scrutò con gli occhi obliqui, l’acqua che gli
sgocciolava dal muso. Loro percorsero ancora qualche metro e la bestia decise
che quegli intrusi avevano un aspetto troppo minaccioso per arrischiarsi a
restare: zampettò via sollevando uno spruzzo tra i ciottoli del greto.
– Axel! –
gridò Mutio accostando le mani alla bocca.
Qualcosa si
mosse tra le ninfee che galleggiavano nel punto in cui la sorgente sotterranea
affiorava gorgheggiando. Una figura immersa tanto da nascondersi quasi alla
vista, si voltò nella loro direzione. Eseguì un paio di pigre bracciate, prima
di decidersi a emergere fino alla vita e colmare con passo ondeggiante la
distanza che la separava dalla riva. Era completamente nuda, il corpo macilento
ricoperto da un’abbondanza di peli bruni inzuppati d’acqua. Raccolse uno
straccio gettato sulla sponda e lo usò per asciugarsi il petto e le spalle
scheletriche. Infine si frizionò con impeto la criniera incolta e il malloppo
ingarbugliato della barba castana. Una foglia carnosa e rosata sopravvisse al
trattamento, impigliata con tenacia a una ciocca sulla fronte: la pizzicò via
con cura, la esaminò con rapito interesse e poi la gettò nell’acqua dietro di
sé.
– Buongiorno
Axel, perdonaci per aver interrotto il tuo bagno.
L’uomo fece
spallucce. – Salve. – bofonchiò mentre si grattava con noncuranza in mezzo alle
gambe nude e pelose. Thorval represse una smorfia di repulsione e quello per
tutta risposta gli tese la mano con cui aveva raspato e gli elargì un sorriso
sdentato.
Per timore
di offendere in qualche modo Mutio, Thorval si costrinse ad accettare la
stretta con scarso entusiasmo. – Il mio nome è Thorval e vengo dal Nord.
– Axel! –
ribadì quello con trasporto. Le sue unghie lunghe e trascurate si conficcarono
come tagliole nella mano destra del mercenario.
– Dove si
trovano gli altri? – gli domandò Mutio con allegria. – La tua Maestra e quella
zucca impagliata del tuo compare?
Axel srotolò
lo straccio con cui s’era asciugato e lo indossò a mo’ di tunica. Recuperò
dalla riva un cordino con cui stringerselo ai fianchi e s’infilò un paio di
sandali sdruciti. – Celebrano la liturgia del meriggio. Vi ci porto.
sabato 17 dicembre 2016
Meet the Characters - Eusebio
Rassettando un po' di materiale nel cassetto, mi sono ritrovato tra le mani alcuni disegni relativi alle mie opere. Alcuni sono miei, lavori senza alcuna pretesa artistica realizzati spesso su carta a caso con mozziconi di matita giusto per conferire un'immagine a quello che avevo in testa; altri sono opera altrui, ma il tema è lo stesso, ovvero per lo più l'abbozzo di qualche personaggio.
Ho pensato di postarne qualcuno, accomunandovi un passaggio narrativo. Procedendo in senso inverso alle pubblicazioni, parto con uno dei protagonisti de "Il Richiamo del Crepuscolo", ovvero Eusebio 'EVX' da Frennes.
.....
Ho pensato di postarne qualcuno, accomunandovi un passaggio narrativo. Procedendo in senso inverso alle pubblicazioni, parto con uno dei protagonisti de "Il Richiamo del Crepuscolo", ovvero Eusebio 'EVX' da Frennes.
.....
Non
esisteva un momento esatto in cui poteva accadere. Più che una reminiscenza
stimolata da qualcosa - un dettaglio osservato, un odore percepito, un suono
udito - era un riflusso rimestato dal pozzo torbido della memoria. Gli accadeva
al mattino appena svegliato o alla sera, quando giaceva nell’anticamera spesso
tormentata del sonno. Gli accadeva da solo o fra la gente. Talvolta, gli
accadeva perfino mentre era immerso nella meditazione della preghiera. Come
adesso. L’irritazione che provava in quei casi contro se stesso non serviva a
conservare la concentrazione nel suo intimo dialogo con Dio.
Sciolse
le dita intrecciate in grembo con le orecchie vibranti dell’eco di un clamore
fantasma. Urla e applausi, imprecazioni e versi selvaggi amplificati dalle migliaia
di gole schierate tutto attorno. Un’ondata fisica che premeva sulla pelle,
disarticolata e altalenante, resa omogenea soltanto dalla forza del getto
incessante. E nella ridda di fragori brutali, esplodeva come un bolo d’aria
compressa il suo nome di battaglia.
Eux,
Eux…
Il
rullo di un tamburo, il motivo ossessivo di un inno cupo.
Eux,
Eux, Eux…
Si
portò le mani davanti al viso. Il dorso ruvido era un campo di cicatrici
attorcigliate. Una gli serpeggiava biancastra sulla sinistra, dal polso fino
alla base del mignolo, dove il colpo che gliela aveva inferta aveva distrutto
il tendine riducendogli il dito a un’estremità rattrappita di cui non aveva più
controllo. Nei pressi, il profilo di due nocche adiacenti non era più visibile
a causa delle ripetute fratture che gliele avevano sbriciolate. Stessa sorte
era toccata a più della metà delle giunture della mano destra, martoriata dai
colpi vibrati prima ancora che da quelli subiti. Quando il clima mutava, quando
l’aria s’appesantiva d’ozono e l’umidità colmava gli spazi, il dolore era una
sfilza di ganasce che gli mordevano il corpo. Le mani, le ginocchia, il collo,
la testa. Le vecchie ferite gli bruciavano ovunque, le articolazioni si
riempivano di vetro macinato e la carne s’incendiava. Ma non ci faceva ormai
più tanto caso. Era abituato al dolore, da quando era nato. Stringeva un poco
più i denti, indurendo la maschera perennemente tesa del volto, e tirava
avanti. Allorché le voci fantasma gli rimbombavano nelle orecchie, tuttavia,
qualsiasi cosa stesse facendo, Eusebio si fermava a ricordare.
Eux,
Eux…
Era
incredibile la vividezza con cui riusciva a rievocare le sensazioni: la carezza
viscosa del sudore misto a sangue che gli cola sulla pelle, la raffica degli
schiamazzi sugli spalti, la terra sotto ai piedi, ora soffice di sabbia, ora
più spoglia e dura, sovente viscida di fluidi spillati. E il suo respiro, ritmo
della vita che lotta per preservare. Dapprima regolare, poi rotto dall’affanno
e dalle fitte lancinanti. Il ritmo del fiato che esala tra i denti, fulcro
primario della sua concentrazione. Batte il tempo di ogni movimento, scandisce
il fluire del sangue nelle vene. In qualsiasi circostanza egli si trovi,
torreggiante sull’avversario ormai esanime o prostrato nell’angolo cieco dei
troppi colpi incassati, è il ritmo del respiro l’ultima briglia su cui deve
mollare la presa. Così gli è stato insegnato. La sanzione del vantaggio e la
speranza del capovolgimento di fronte, entrambe le facce della moneta passano
per il fischio cadenzato che riesce a incanalare tra la gola e il palato.
Non
esisteva un momento esatto in cui si metteva a ricordare, ma c’era un giorno
preciso a cui più spesso finiva per tornare. Mai come allora s’era aggrappato a
quella lezione preziosa. Ma mai come allora gli era stato difficile onorarla,
col naso distrutto e ricolmo di sangue e cartilagini frantumate che parevano
volergli scendere nella gola ogni volta che provava a respirare. Ricordava il
verso lugubre dei gabbiani che si spingevano sin lì dal porto, attratti dalla
speranza d’un banchetto diverso dal solito, e il ruggito invasato degli spalti
ridotto a un riverbero ovattato dal ronzio che gli trapanava le orecchie.
Ululavano assettati di sangue, affatto sazi di quello che già intrideva l’arena
rischiando di farlo scivolare mentre muoveva passi sbilenchi sul ginocchio
slogato. Ricordava come una sensazione estranea la pressione del braccio
sinistro che teneva schiacciato al busto per proteggere il costato fratturato.
Ciondolava dilaniato dalle fitte, un occhio accecato dal sangue e intarsiato da
una raggiera di lacerazioni.
E il suo primo pensiero, come sempre, era stato:
respira, regola il respiro, respira, regola il respiro…
martedì 29 novembre 2016
Nascita di una copertina
Come sa bene chi mi segue da un po', Mario Labieni non è soltanto l'autore delle copertine della 'Trilogia di Lothar Basler', ma anche di tante immagini che ne illustrano il mondo e i personaggi. E' stata dunque del tutto naturale la scelta da parte mia di coinvolgerlo anche nel lavoro grafico relativo alla 'Trilogia dell'Estraneo', che della precedente raccoglie l'eredità. Ho chiesto a Mario di raccontarmi com'è stato tornare dalle parti dei Principati e, in particolare, per quali fasi è passata la genesi della copertina de "Il Richiamo del Crepuscolo."
La parola all'artista...
La fantasia è l’occhio dell’anima
( Joseph Joubert )
La parola all'artista...
Il Progetto
Quando mi propongono un lavoro grafico, soprattutto nel campo dell’illustrazione editoriale, la prima cosa che faccio, la più importante dopo aver parlato dei contenuti del volume, è la definizione degli elementi chiave da realizzare e della sensazione che lo scrittore vuole dare al futuro lettore.
Colloquiare con l’autore infatti, e/o con il responsabile dell’ufficio creativo della casa editrice, è un passaggio fondamentale per raggiungere un risultato coerente con i contenuti ed esteticamente accattivante.
Quando Marco Davide mi ha contattato per realizzare le copertine di questa nuova storia ho ripensato subito al trascorso che ci aveva visti impegnati nelle altre sue opere, al volto che abbiamo dato ai suoi personaggi, allo stile estetico che da quel giorno rappresenta la sua trilogia.
Abbiamo quindi concordato metodi e tempi, abbiamo ripreso il timone e ci siamo rimessi in viaggio.
Un nuovo importante progetto per cui Marco come sempre mi ha dato carta bianca riguardo la tecnica, e un buon anticipo di tempo per organizzarmi al meglio.
Mi ha fornito esempi, sintesi di contenuti, spesso anche schizzi personali di soggetti e mappe molto dettagliate, il suo mondo, il suo stile.
Questo significa interagire con l’autore.
Gli scambi che ogni volta intercorrono tra me e lui sono frequenti perché frequenti sono gli aggiornamenti e le modifiche, le idee che fioriscono durante la lavorazione.
D’altronde cogliere subito la visione precisa dello scrittore è impossibile, ognuno di noi ha un modo profondamente personale di vedere le cose, io stesso con i miei lavori non sono mai soddisfatto al primo colpo.
Ma come si procede nella realizzazione di una copertina digitale?
Realizzare una cover editoriale in digitale non è molto diverso dal farne una cartacea…per chi sa cosa deve fare, ovvio!
Lo spazio del “foglio” è lo stesso, al posto della matita o del pennello però si usa una penna digitale o il mouse.
Certo un software consente di creare tutti gli elementi separati per poi gestirli e spostarli a necessità, e cosa non da poco rende possibile intervenire sui toni e sulla luce ogni volta che si vuole, permette di cancellare e riutilizzare all’infinito ogni passaggio.
Si può inoltre attingere direttamente dalla rete per ottenere eventuali textures o effetti che sarebbero impossibili da dipingere sulla carta.
In ogni caso ho realizzato comunque anche lavori ibridi sfruttando le potenzialità della pittura tradizionale ottimizzandola infine digitalmente, non credo che una cosa escluda l’altra.
Evitando di andare troppo sul tecnico e tralasciando le impostazioni di preparazione del foglio di lavoro digitale o le ottimizzazioni di stampa, vi parlo delle due cose da tener sempre in considerazione nella consegna di un lavoro come questo.
1. L’ingombro dei testi che andranno inseriti nella copertina.
Questi se non prefissati potrebbero fondersi con il disegno e risultare poco leggibili, o essere talmente ingombranti da nascondere una parte contenente elementi importanti. A volte si ha poca manovra in questo senso ma vale la pena aguzzare l’ingegno e sapere subito quali aree occuperanno.
2. Cornice di taglio.
In caso di stampa tipografica mai dimenticarsi delle linee di taglio che spesso le case editrici comunicano all’artista, queste potrebbero mozzare elementi disegnati che vi si trovano all’interno. Questi tagli vengono effettuati anche nelle impaginazioni digitali di case editrici che presentano uno standard d’impaginazione fisso. Meglio quindi informarsi di tutto prima di cominciare.
Quando mi propongono un lavoro grafico, soprattutto nel campo dell’illustrazione editoriale, la prima cosa che faccio, la più importante dopo aver parlato dei contenuti del volume, è la definizione degli elementi chiave da realizzare e della sensazione che lo scrittore vuole dare al futuro lettore.
Colloquiare con l’autore infatti, e/o con il responsabile dell’ufficio creativo della casa editrice, è un passaggio fondamentale per raggiungere un risultato coerente con i contenuti ed esteticamente accattivante.
Quando Marco Davide mi ha contattato per realizzare le copertine di questa nuova storia ho ripensato subito al trascorso che ci aveva visti impegnati nelle altre sue opere, al volto che abbiamo dato ai suoi personaggi, allo stile estetico che da quel giorno rappresenta la sua trilogia.
Abbiamo quindi concordato metodi e tempi, abbiamo ripreso il timone e ci siamo rimessi in viaggio.
Un nuovo importante progetto per cui Marco come sempre mi ha dato carta bianca riguardo la tecnica, e un buon anticipo di tempo per organizzarmi al meglio.
Mi ha fornito esempi, sintesi di contenuti, spesso anche schizzi personali di soggetti e mappe molto dettagliate, il suo mondo, il suo stile.
Questo significa interagire con l’autore.
Gli scambi che ogni volta intercorrono tra me e lui sono frequenti perché frequenti sono gli aggiornamenti e le modifiche, le idee che fioriscono durante la lavorazione.
D’altronde cogliere subito la visione precisa dello scrittore è impossibile, ognuno di noi ha un modo profondamente personale di vedere le cose, io stesso con i miei lavori non sono mai soddisfatto al primo colpo.
Ma come si procede nella realizzazione di una copertina digitale?
Realizzare una cover editoriale in digitale non è molto diverso dal farne una cartacea…per chi sa cosa deve fare, ovvio!
Lo spazio del “foglio” è lo stesso, al posto della matita o del pennello però si usa una penna digitale o il mouse.
Certo un software consente di creare tutti gli elementi separati per poi gestirli e spostarli a necessità, e cosa non da poco rende possibile intervenire sui toni e sulla luce ogni volta che si vuole, permette di cancellare e riutilizzare all’infinito ogni passaggio.
Si può inoltre attingere direttamente dalla rete per ottenere eventuali textures o effetti che sarebbero impossibili da dipingere sulla carta.
In ogni caso ho realizzato comunque anche lavori ibridi sfruttando le potenzialità della pittura tradizionale ottimizzandola infine digitalmente, non credo che una cosa escluda l’altra.
Evitando di andare troppo sul tecnico e tralasciando le impostazioni di preparazione del foglio di lavoro digitale o le ottimizzazioni di stampa, vi parlo delle due cose da tener sempre in considerazione nella consegna di un lavoro come questo.
1. L’ingombro dei testi che andranno inseriti nella copertina.
Questi se non prefissati potrebbero fondersi con il disegno e risultare poco leggibili, o essere talmente ingombranti da nascondere una parte contenente elementi importanti. A volte si ha poca manovra in questo senso ma vale la pena aguzzare l’ingegno e sapere subito quali aree occuperanno.
2. Cornice di taglio.
In caso di stampa tipografica mai dimenticarsi delle linee di taglio che spesso le case editrici comunicano all’artista, queste potrebbero mozzare elementi disegnati che vi si trovano all’interno. Questi tagli vengono effettuati anche nelle impaginazioni digitali di case editrici che presentano uno standard d’impaginazione fisso. Meglio quindi informarsi di tutto prima di cominciare.
klsd.ksjdlkjdlk
Gli step
Di seguito è possibile vedere una sintesi della lavorazione di partenza e la sua evoluzione nella preparazione della copertina riguardante il primo volume scritto da Marco, "Il Richiamo del Crepuscolo".
Il metodo di realizzazione scelto in questo caso è totalmente digitale.
Gli step
Di seguito è possibile vedere una sintesi della lavorazione di partenza e la sua evoluzione nella preparazione della copertina riguardante il primo volume scritto da Marco, "Il Richiamo del Crepuscolo".
Il metodo di realizzazione scelto in questo caso è totalmente digitale.
Premesso che
quando si usa un programma per disegnare bisogna sempre tener conto del fatto
che gli elementi vengono comunque realizzati dall’artista coerentemente con le
sue capacità ed il suo stile. Non è stato sufficiente spingere un bottone per
disegnare un vascello sul mare né si può copiare ed incollare il lavoro di
qualcun altro.
A sinistra dunque la prima idea con tonalità lunari inviatagli, la mia visione
di un vascello alla deriva al crepuscolo.
NB: Molte parti del vascello sono state realizzate singolarmente dopo averne studiato un po’ le caratteristiche e lo stile, e successivamente unite proprio come se fosse un modellino.
Solo l’imbarcazione si compone di 5 gruppi di livelli divisi per Legni, Vele, Cordame, Effetti luce e muffe, Metalli. Ogni gruppo ha sottogruppi di livelli composti da singoli oggetti disegnati.
La copertina completa si compone di 15 gruppi contenenti centinaia di oggetti disegnati, dal punto luce allo scoglio, dalla nuvola alla goccia di pioggia.
Nell’immagine al centro ecco la modifica dei toni richiesta dallo scrittore e l’aggiunta concordata di nuovi elementi come vele strappate, scogli, luna e teschio, pioggia e toni bronzei.
Infine nella terza, la copertina elaborata ancora nella tonalità, nella luce e nel disco lunare ormai solo accennato per evidenziare il teschio che dalla prima idea è divenuto elemento protagonista.
NB: Molte parti del vascello sono state realizzate singolarmente dopo averne studiato un po’ le caratteristiche e lo stile, e successivamente unite proprio come se fosse un modellino.
Solo l’imbarcazione si compone di 5 gruppi di livelli divisi per Legni, Vele, Cordame, Effetti luce e muffe, Metalli. Ogni gruppo ha sottogruppi di livelli composti da singoli oggetti disegnati.
La copertina completa si compone di 15 gruppi contenenti centinaia di oggetti disegnati, dal punto luce allo scoglio, dalla nuvola alla goccia di pioggia.
Nell’immagine al centro ecco la modifica dei toni richiesta dallo scrittore e l’aggiunta concordata di nuovi elementi come vele strappate, scogli, luna e teschio, pioggia e toni bronzei.
Infine nella terza, la copertina elaborata ancora nella tonalità, nella luce e nel disco lunare ormai solo accennato per evidenziare il teschio che dalla prima idea è divenuto elemento protagonista.
Qui sotto, l’impaginazione definitiva dell’opera attualmente in vendita.
Concludendo
Quando si arriva alla consegna definitiva e l’autore è soddisfatto, felice delle immagini che le sue parole hanno assunto, lo sono anche io.
Come se entrando nella sua fantasia avessi scattato una diapositiva della sua mente intenta a creare, un disegno di ciò che lui vede, non di ciò che è.
Una responsabilità che mi rende orgoglioso.
Buona lettura.
Quando si arriva alla consegna definitiva e l’autore è soddisfatto, felice delle immagini che le sue parole hanno assunto, lo sono anche io.
Come se entrando nella sua fantasia avessi scattato una diapositiva della sua mente intenta a creare, un disegno di ciò che lui vede, non di ciò che è.
Una responsabilità che mi rende orgoglioso.
Buona lettura.
La fantasia è l’occhio dell’anima
( Joseph Joubert )
giovedì 10 novembre 2016
L'Origine del Crepuscolo
Era all'inizio del 2001 che, scrivendo il lungo addio al termine della 'Trilogia di Lothar Basler', giungevo all'epilogo di una storia principiata, dentro di me, ben prima delle pagine del suo preludio. Finita, finalmente, con tutto lo scotto che la passione aveva reclamato nella sua realizzazione. Finita, pensavo, e tanto era tutto ciò che m'importava.
Poi accade che nella notte di qualche mese più in là, di ritorno da una di quelle feste che ti catturano al tramonto e non ti rilasciano prima dell'alba, forse per scarsa lucidità, forse perché nelle ore più buie i sogni sembrano davvero più veri, si formò nella mia mente un titolo, solo un titolo, senza alcuna storia, senza alcuna trama che ancora vi affiorasse da sotto. Tre parole, scolpite nella mia mente forse poco lucida, forse preda di un sogno sconfinato nei territori della veglia.
Il Richiamo del Crepuscolo.
Il tempo di ripetermelo a fior di labbra, di figurarmi una sorta di canto sottile, di armonica che increspa l'atmosfera torbida dell'imbrunire. Subito dopo compresi due cose: la storia che pensavo di avere concluso aveva ancora molto da raccontare; e quel titolo reclamava un romanzo che forse avrebbe aspettato, ma che prima o poi mi avrebbe costretto di nuovo con la penna in mano, pretendendo di essere scritto.
Sarei tornato a immergere gli stivali nel fango dei Principati, a perdermi tra i vicoli di Lum, forse persino a bussare al Boccale del Gioco (ma ne esisteva ancora uno? non era chiuso e abbandonato?). Per giungere dove? Non ne avevo idea, ma sospettavo che sarebbe stato lontano, oltre quell'orizzonte in bilico fra tramonto grondante e tenebra sinistra.
Suona tutto molto romanzato, me ne rendo conto. Romanticamente bohémien. Eppure, la mia mano sul cuore, vi assicuro che è del tutto autentico. Un titolo nella testa, la spinta a riaprire una porta creduta chiusa. Forse ero ubriaco? Un po' brillo di certo. All'epoca, ad essere onesto, non capitava così di rado... L'università era lì per concludersi, i pensieri perlopiù lievi nella testa, il peso di molte responsabilità un'idea ancora vaga all'orizzonte. Ma una sensazione così - definitela come più vi piace - non mi è mai capitato di provarla di nuovo. I titoli sono abituato ad attribuirli a posteriori, o al massimo strada facendo, stando accorto a idearne il più possibile calzanti alle relative storie.
Non mi metto subito al lavoro, al contrario. Passano oltre quattro anni, addirittura. Il Crepuscolo mi chiama ma io, senza un autentico motivo, mi defilo. Finché, nel momento in cui mi decido a tentare la via della pubblicazione con la 'Trilogia di Lothar Basler', mi faccio anche una promessa: se la saga originale troverà un editore pronto ad accoglierla, allora io celebrerò l'evento iniziando a scriverne il seguito.
Metà 2005, ricevo notizia da una casa editrice che la 'Trilogia di LB' è stata letta ed apprezzata, che c'è intenzione di propormi un contratto di pubblicazione. Metabolizzato l'entusiasmo per la lieta novella, torno dopo anni a rimettere la penna sul foglio e cedo al 'Richiamo del Crepuscolo'. Una promessa è una promessa, e anche volendo sento di non avere più facoltà di procrastinare.
Poi...
Il contratto ritarda ad arrivare. I mesi passano, la situazione stagna. Finché vengo informato che l'intenzione di pubblicarmi esiste ancora, ma la casa editrice sta rivedendo le sue politiche editoriali e non v'è attualmente certezza che si continuerà a puntare sul fantasy. E io aspetto, aspetto. Solo uno scrittore in attesa del suo primo contratto può davvero capire quanto sia macerante. Finché la mia penna si asciuga. Sono quasi a metà de 'Il Richiamo del Crepuscolo', ma lo slancio dapprima si stempera, poi si spegne, incagliato in un senso di comprensibile amarezza. Il Crepuscolo continua a chiamarmi, ma io mi tappo le orecchie.
Giunge la fine del 2006, pochi giorni prima di Natale. Il telefono squilla, è la Curcio. Anche loro, come l'editore precedente, hanno letto la 'Trilogia di LB'. Anche a loro è piaciuta. Anche loro vogliono pubblicarla. Stavolta il contratto arriva, e io lo firmo. La promessa torna a reclamare la mia parola lasciatale in pegno (per inciso, sei mesi dopo arriverà anche il contratto della prima casa editrice; mi rimarrà come soddisfazione, ma non mi restituirà il tempo perso).
La penna riprende esattamente da dove aveva lasciato, come fosse il giorno successivo, come non fosse trascorso un anno e mezzo. E non si ferma più, fino all'estate del 2009, quando non solo quel romanzo, ma anche un secondo e un terzo hanno la loro storia raccontata. La storia che è la prosecuzione di una storia precedente, partita da molto lontano.
Fino alla vera fine, stavolta? Io credo di sì. Per certi versi lo spero, perché ci sono altre storie che mi chiamano e mi chiameranno, e non è per niente facile lasciarle inascoltate.
Ma il ricordo di quel titolo geminato in maniera inesplicabile dentro di me tanti anni fa torna ogni tanto a farmi visita.
E chi può dirsi assolutamente sicuro che qualcosa di simile non accadrà mai più in nessun'altra notte?
Poi accade che nella notte di qualche mese più in là, di ritorno da una di quelle feste che ti catturano al tramonto e non ti rilasciano prima dell'alba, forse per scarsa lucidità, forse perché nelle ore più buie i sogni sembrano davvero più veri, si formò nella mia mente un titolo, solo un titolo, senza alcuna storia, senza alcuna trama che ancora vi affiorasse da sotto. Tre parole, scolpite nella mia mente forse poco lucida, forse preda di un sogno sconfinato nei territori della veglia.
Il Richiamo del Crepuscolo.
Il tempo di ripetermelo a fior di labbra, di figurarmi una sorta di canto sottile, di armonica che increspa l'atmosfera torbida dell'imbrunire. Subito dopo compresi due cose: la storia che pensavo di avere concluso aveva ancora molto da raccontare; e quel titolo reclamava un romanzo che forse avrebbe aspettato, ma che prima o poi mi avrebbe costretto di nuovo con la penna in mano, pretendendo di essere scritto.
Sarei tornato a immergere gli stivali nel fango dei Principati, a perdermi tra i vicoli di Lum, forse persino a bussare al Boccale del Gioco (ma ne esisteva ancora uno? non era chiuso e abbandonato?). Per giungere dove? Non ne avevo idea, ma sospettavo che sarebbe stato lontano, oltre quell'orizzonte in bilico fra tramonto grondante e tenebra sinistra.
Suona tutto molto romanzato, me ne rendo conto. Romanticamente bohémien. Eppure, la mia mano sul cuore, vi assicuro che è del tutto autentico. Un titolo nella testa, la spinta a riaprire una porta creduta chiusa. Forse ero ubriaco? Un po' brillo di certo. All'epoca, ad essere onesto, non capitava così di rado... L'università era lì per concludersi, i pensieri perlopiù lievi nella testa, il peso di molte responsabilità un'idea ancora vaga all'orizzonte. Ma una sensazione così - definitela come più vi piace - non mi è mai capitato di provarla di nuovo. I titoli sono abituato ad attribuirli a posteriori, o al massimo strada facendo, stando accorto a idearne il più possibile calzanti alle relative storie.
Non mi metto subito al lavoro, al contrario. Passano oltre quattro anni, addirittura. Il Crepuscolo mi chiama ma io, senza un autentico motivo, mi defilo. Finché, nel momento in cui mi decido a tentare la via della pubblicazione con la 'Trilogia di Lothar Basler', mi faccio anche una promessa: se la saga originale troverà un editore pronto ad accoglierla, allora io celebrerò l'evento iniziando a scriverne il seguito.
Metà 2005, ricevo notizia da una casa editrice che la 'Trilogia di LB' è stata letta ed apprezzata, che c'è intenzione di propormi un contratto di pubblicazione. Metabolizzato l'entusiasmo per la lieta novella, torno dopo anni a rimettere la penna sul foglio e cedo al 'Richiamo del Crepuscolo'. Una promessa è una promessa, e anche volendo sento di non avere più facoltà di procrastinare.
Poi...
Il contratto ritarda ad arrivare. I mesi passano, la situazione stagna. Finché vengo informato che l'intenzione di pubblicarmi esiste ancora, ma la casa editrice sta rivedendo le sue politiche editoriali e non v'è attualmente certezza che si continuerà a puntare sul fantasy. E io aspetto, aspetto. Solo uno scrittore in attesa del suo primo contratto può davvero capire quanto sia macerante. Finché la mia penna si asciuga. Sono quasi a metà de 'Il Richiamo del Crepuscolo', ma lo slancio dapprima si stempera, poi si spegne, incagliato in un senso di comprensibile amarezza. Il Crepuscolo continua a chiamarmi, ma io mi tappo le orecchie.
Giunge la fine del 2006, pochi giorni prima di Natale. Il telefono squilla, è la Curcio. Anche loro, come l'editore precedente, hanno letto la 'Trilogia di LB'. Anche a loro è piaciuta. Anche loro vogliono pubblicarla. Stavolta il contratto arriva, e io lo firmo. La promessa torna a reclamare la mia parola lasciatale in pegno (per inciso, sei mesi dopo arriverà anche il contratto della prima casa editrice; mi rimarrà come soddisfazione, ma non mi restituirà il tempo perso).
La penna riprende esattamente da dove aveva lasciato, come fosse il giorno successivo, come non fosse trascorso un anno e mezzo. E non si ferma più, fino all'estate del 2009, quando non solo quel romanzo, ma anche un secondo e un terzo hanno la loro storia raccontata. La storia che è la prosecuzione di una storia precedente, partita da molto lontano.
Fino alla vera fine, stavolta? Io credo di sì. Per certi versi lo spero, perché ci sono altre storie che mi chiamano e mi chiameranno, e non è per niente facile lasciarle inascoltate.
Ma il ricordo di quel titolo geminato in maniera inesplicabile dentro di me tanti anni fa torna ogni tanto a farmi visita.
E chi può dirsi assolutamente sicuro che qualcosa di simile non accadrà mai più in nessun'altra notte?
martedì 18 ottobre 2016
L'Avvento del Crepuscolo
Come preannunciato, esce oggi "Il Richiamo del Crepuscolo", volume primo della mia nuova "Trilogia dell'Estraneo", edito in ebook da Delos Digital.
Ci sarà tempo per esprimere l'emozione speciale che questo evento suscita nel sottoscritto, che così tanto l'ha atteso quale opportunità di condurre a compimento una storia iniziata da molto lontano. Mi limito oggi a riportare la notizia, con l'auspicio che possa far piacere a tutti quelli che assieme a me hanno condiviso l'attesa.
Il Crepuscolo prosciuga la luce, il sole stenta a rinnovare la promessa del proprio ciclo, le ombre invadono il palco sul quale verranno invitati a recitare attori vecchi e nuovi, sul confine dell'ultimo tramonto.
Ne sentite anche voi il richiamo, nel tremore della luce che si spegne?
Ci sarà tempo per esprimere l'emozione speciale che questo evento suscita nel sottoscritto, che così tanto l'ha atteso quale opportunità di condurre a compimento una storia iniziata da molto lontano. Mi limito oggi a riportare la notizia, con l'auspicio che possa far piacere a tutti quelli che assieme a me hanno condiviso l'attesa.
Il Crepuscolo prosciuga la luce, il sole stenta a rinnovare la promessa del proprio ciclo, le ombre invadono il palco sul quale verranno invitati a recitare attori vecchi e nuovi, sul confine dell'ultimo tramonto.
Ne sentite anche voi il richiamo, nel tremore della luce che si spegne?
giovedì 13 ottobre 2016
Copertina de 'Il Richiamo del Crepuscolo'
Sul cammino bianco,
alberi che nereggiano stecchiti;
sopra i monti lontani sangue ed oro...
Morto è il sole...
Che cerchi, poeta, nel crepuscolo?
(Antonio Machado)
mercoledì 5 ottobre 2016
Habemus Datam
18 Ottobre 2016: questa la data di pubblicazione de 'Il Richiamo del Crepuscolo', volume primo della Trilogia dell'Estraneo.
Benché se ne fosse scorta un'anteprima già in coda al booktrailer postato la settimana scorsa, vi lascio qui in tutta la sua vespertina cupezza l'illustrazione realizzata da Mario Labieni per la copertina del romanzo.
Spero vi piaccia quanto è piaciuta a me.
Benché se ne fosse scorta un'anteprima già in coda al booktrailer postato la settimana scorsa, vi lascio qui in tutta la sua vespertina cupezza l'illustrazione realizzata da Mario Labieni per la copertina del romanzo.
Spero vi piaccia quanto è piaciuta a me.
mercoledì 28 settembre 2016
venerdì 22 luglio 2016
Vele corrotte al corrotto vento...
Galèria
studiò con scrupolo il piglio di Axel accosciato sulle gambe magre e pelose.
“Ti
senti davvero pronto?” gli domandò in tono gentile.
Axel
assentì con il capo.
Galèria
esitò ancora un attimo nell’incrociare i suoi occhi schietti sotto l’arco folto
delle sopracciglia aggricciate. Non dubitava dell’onestà del suo discepolo.
Axel aveva un modo così trasparente di far trapelare le proprie emozioni che non
sarebbe riuscito a mentirle neppure volendo. I dubbi li nutriva piuttosto nei
confronti di se stessa, della bontà del giudizio che l’aveva indotta a chiedergli
di provare. Ormai era deciso, l’incertezza avrebbe soltanto complicato le cose.
“Cominciamo.”
disse.
Axel
spezzò in due la radice bulbosa e se la ficcò in bocca. Iniziò a masticarla
rumorosamente. Galèria posò sull’erba la grossa ciotola ricolma d’acqua; una
rozza ragnatela di rune era incisa sulla terracotta. La Maestra fece un cenno a
Moonz che scivolò alle spalle di Axel e gli posò le mani grifagne sulla testa.
Come la proprietà narcotica della radice trattata iniziò a fare effetto, le
palpebre si rammollirono sugli occhi di Axel: non calarono del tutto, ma si
fermarono a mezz’asta, scosse da un fremito costante. Galèria salmodiò i versi
rituali e toccò il pelo dell’acqua con la punta delle dita. Arretrò di un
passo, senza smettere di mormorare. Axel divaricò le dita e sospese le palme
sulla ciotola. Anche lui salmodiava adesso, sebbene la barba nascondesse il
movimento delle labbra; sputava pezzetti di radice dalla bocca piena che
finivano intrappolati fra le ciocche aggrovigliate. Solo Moonz restava in
silenzio. Gli occhi del mezz’orchetto erano due fessure oblique; lentamente, un
bagliore spettrale prese a emanare da essi, azzurrino quanto il cielo del primo
mattino.
Axel
curvò le spalle in avanti, finché il riflesso del sole sull’acqua non fu
sostituito da quello del suo volto distorto. Sottili increspature continuavano
a perturbare la superficie liquida: svanivano e si riformavano al ritmo del
salmo sussurrato, prodotte da una misteriosa forza magnetica. Ben presto il
lucore degli occhi di Moonz si trasferì allo spazio fra le mani di Axel e
quelle minuscole onde. Un riflesso cremisi si fuse all’azzurro, generando un
alone violetto. I glifi arcani incisi sulla terracotta palpitarono come braci
attizzate. Galèria osservò il fenomeno e fremette in apprensione.
“Ora,”
bisbigliò, “apri la tua mente.”
Axel
emise un suono strozzato, come se qualcosa gli si fosse incastrato in gola.
Durò un attimo, il tempo di riprendere la litania. Le sue spalle si
afflosciarono, il mento gli ricadde sul petto. Le sole palpebre socchiuse
continuavano a vibrare ad alta frequenza mentre lui scrutava l’acqua nella
ciotola avvolta di vampe fatue e, attraverso di essa, oltre i veli del tempo e
dello spazio.
Galèria
strinse forte in pugno una pietra smussata con una singola runa scolpita nel
mezzo. Provò a sintonizzarsi sul canale aperto dal suo discepolo ma invano.
Aveva proposto ad Axel di farsi tramite del Potere incontaminato messo a
disposizione da Moonz per tentare là dove lei stessa aveva fallito: stabilire
un contatto con i Fratelli della Luce oltreoceano. Nonostante il controllo
rudimentale e spesso istintivo che aveva delle proprie facoltà, Galèria nutriva
enorme considerazione delle doti mistiche di Axel. Sperava che le sue risorse
latenti, alimentate da Moonz e regolate dal proprio intervento esterno,
potessero lacerare il sudario d’ombra teso a occidente e raggiungere Mighal.
Purtroppo però la pietra restava fredda nella sua mano e ogni suo tentativo
d’innestarsi nel flusso generato veniva frustrato da un’oscura interferenza di
sottofondo.
Unghialunga
seguì il rituale raggomitolato. Il suo pelo screziato era ritto e traversato
dalle onde empatiche che condivideva con Moonz. Il gatto selvatico era il
famiglio del mezz’orchetto: lo aiutava a stabilizzare il flusso di Potere
compensando, tramite un’intima simbiosi, la sua inclinazione a manipolarlo in
funzione dell’istinto. Altri animali fecero capolino dagli anfratti della
foresta, attirati dalla luce. Assistettero al salmodiare di Galèria e all’esercizio
curioso dei suoi adepti.
Fino
all’urlo che li fece ritirare impauriti.
Galèria
gettò via la pietra d’un tratto rovente.
Sono
stata una sciocca imprudente! si rimproverò con un groppo alla gola, pronta
a vedere Axel stramazzato al suolo.
Era
stato invece Moonz a gridare. Col capo rovesciato all’indietro e le fauci
zannute ancora spalancate, il mezz’orchetto aveva strattonato la lunga chioma
di Axel. Un passo indietro, e la creatura si staccò dal compagno portandosi
dietro una manciata di capelli incrostati. Galèria si precipitò su Axel piena
di sgomento. Il contatto era stato spezzato, non c’era un attimo da perdere! Lo
afferrò per un braccio e lo scosse con vigore. Con sua somma sorpresa, Axel
fece resistenza: si liberò con uno strattone e digrignò i denti senza sollevare
le palpebre contratte. Moonz arretrò barcollando finché s’accasciò seduto sull’erba.
“Axel,
interrompi! Per l’amore di Dio.”
“N-n-no!”
Lo
sforzo che fece per risponderle senza uscire dal regime di parziale catalessi
lasciò Galèria senza parole. Lo vide curvare le dita nella forma di artigli
artritici nel tentativo di mantenere il controllo sul bagliore rosso e blu che
si torceva sibilando sulle increspature dell’acqua. Axel si era fatto tramite
dell’energia di Moonz, il Potere di un Kazhum A Teara. Persino il Venerabile
Mighal era stato solito diffidare della procedura che rendeva un semplice
umano, per quanto addestrato nell’arte, vettore del Potere più puro. Galèria aveva
studiato per anni il fenomeno ed era giunta alla conclusione che, sottoposta a
vincoli stringenti, la pratica era realizzabile. Rammentava decine di occasioni
in cui lei e il suo vecchio Maestro avevano dissertato anche animatamente sui
rischi correlati alla sua attuazione. Ma ora Axel aveva interrotto il legame
diretto con il serbatoio energetico. Si torceva squassato da un parossismo di
spasmi interiori, nello sforzo di dominare autonomamente quell’energia raffinata.
Santo
Dio, no! Finirà per ucciderti!
Galèria fece di nuovo per strapparlo
alla catalessi ma qualcosa la fermò. Fu la sensazione dell’occhio
chiaroveggente di Axel che s’acuiva oltre i limiti umani, irrorato dal Potere
di Moonz. Lo sentì bucare come uno strale la tetra, impalpabile foschia che
permeava l’aria.
Un
borbottio liquido. La ciotola esalò i vapori dell’acqua in ebollizione.
Axel
spalancò le palpebre sulle sclere iniettate di sangue; le iridi erano scomparse
nell’incavo delle orbite.
Galèria
non poté più indugiare. Capovolse la ciotola con un calcio, spedendo l’acqua a
ribollire nell’erba. Axel fu scosso da uno spasmo violento. Rigurgitò il bolo
nero della radice semi-masticata. La Maestra lo afferrò per le spalle che
tremavano senza controllo.
“Axel,
per l’amor di Dio! Axel!”
Galèria
si cavò frettolosamente di tasca una fiaschetta di legno. Fece saltare il
turacciolo con l’unghia del pollice e costrinse Axel a trangugiarne il
contenuto.
Lentamente,
i suoi occhi tornarono a raddrizzarsi. Una pellicola di sudore viscoso gli
ricopriva ogni palmo della pelle bollente. Tremava come in preda alla febbre e
un rivolo di sangue gli colava dal naso. “Ma-ma-estra…” balbettò.
“Axel,
calmati, è tutto finito,” Galèria lo abbracciò con un singhiozzo, “tutto
finito. Perdonami, sono stata un’incosciente a chiederti di provare.”
“Ma-e-stra…
ho ve-duto…”
“Taci,
per carità. Non devi sforzarti ancora.”
Axel
scosse piano la testa e lottò per articolare le parole: “Un va-scello… solca il
mare so-li-tario…” Deglutì con una smorfia aspra. Quando riprese a parlare la
sua voce era più fluida, benché al limite dell’udibile. “Viaggia alla deriva…
le vele strappate, lo scafo scrostato… un vessillo nero privo d’emblema
sventola sull’albero maestro… S’incaglia sulla riva… e nessun equipaggio sbarca…
ma un’ombra… un’ombra…” s’interruppe con un rantolo.
“Axel!”
Galèria pensò che non ce l’avrebbe fatta a continuare. Moonz barcollò al loro
fianco. Unghialunga lo fissava con gli occhi verdi e gialli sbarrati, le
pupille ridotte a due fessure verticali. Il mezz’orchetto cadde in ginocchio,
la testa penzoloni.
“Un’ombra
di morte…” Axel sembrò radunare le forze residue per proseguire. “Si stende
dalla nave… sommerge la costa… sommerge alberi e montagne… fiumi e villaggi…
città… Precipita verso di me… ho paura, non posso muovermi… Poi odo una voce…
mi chiama, mi chiama… ma io non posso vedere… cieco di tenebra e di…
smarrimento…”
“Conosci
quella voce?”
Axel
scosse impercettibilmente la testa. “No… eppure mi chiama e io… io…” le parole
s’impigliarono nella lingua, “…io non posso decidere di non andare… mi trascina
verso l’oscurità che ricopre il… cielo… Il sole si spegne… la luce muore… e
poi…” i suoi occhi maculati di capillari esplosi si riempirono dell’immagine
della visione testimoniata.
“E
poi?”
“Poi…
poi…” le labbra di Axel cominciarono a tremare, lacrime dense gli rigarono le
guance barbute. “Poi il nulla…”
“Che
vuol dire il nulla?” Galèria sentì un vuoto gelido farsi strada nel suo
stomaco.
“Il
nulla.” Adesso Axel piangeva e tremava rannicchiato come un bambino. “Solo un
unico immenso crepuscolo perdurante…”
Galèria
lo strinse a sé e nascose nella sua spalla il proprio volto affrescato dal
terrore.
Iscriviti a:
Post (Atom)


























