martedì 14 febbraio 2017

Per San Valentino...

...un estratto a tema, sull'emozione irripetibile delle prime volte, sulle implicazioni dell'amore, sulla meraviglia e la tragedia delle sue conseguenze.

"L
a candela brucia discreta spargendo una luce soffice sulle pareti e sul basso soffitto. La fiammella si specchia sulla cera liquefatta raccolta in cima e trattenuta dall’orlo irregolare. Ogni tanto una stilla lo scavalca e rotola giù in una scia che si solidifica veloce attaccandosi al fusto ceroso, cosparso sempre più di globuli coagulati. Il giovane osserva le gocce debordare, le osserva congelarsi nella breve discesa. Le osserva per non pensare alla tensione che gli preme dentro.
   Ha mani e piedi freddi. Eppure la notte è calda, l’estate matura intiepidisce la brezza sulle colline. Il profumo carico del gelsomino filtra attraverso le imposte socchiuse, ma lui percepisce forte l’odore del proprio corpo, in un modo che non ricorda di avere mai sperimentato. Freddo e caldo, profumo e odore, ma soprattutto desiderio e timore. È la notte dei contrasti, delle sensazioni discordanti. Eccitazione e smarrimento. È la notte che tanto aspettava. Forse da sempre.
   La porta si apre con un cigolio lieve alle sue spalle, quasi non volesse turbare le sue riflessioni. Un suono di passi leggeri. Passi piccoli, che tradiscono un’inconsapevole impazienza. Tradiscono anche incertezza? Gli sembra di sì, ma non può dire se sia solo la sua immaginazione. Crede di sì.
   Si avvicinano, lo aggirano, si arrestano. Lui alza gli occhi sulla figura minuta. Il fieno del materasso su cui è seduto fruscia sotto le sue gambe. Il cuore, momentaneamente dimenticato, comincia a battere veloce e leggero, come l’ala d’un uccellino. E da uccellino gli appaiono gli occhi della giovane, fissi nei suoi. Sembra una bambina, timida e spaurita. La veste che indossa, semplice e sottile, si adagia sulle forme delicate del suo corpo attenuandole. Lei sembra accorgersi dei pensieri che lo attraversano e, forse colta alla sprovvista, irrigidisce i lineamenti. Non importa quanto si sforzi, pensa lui con un sorriso segreto, non può mascherare l’agitazione. Né la sua profonda emozione.
   Lei reca un fiore tra le dita, un giglio dai petali carnosi, d’un giallo tenue. Glielo porge.
   – Per te, mio sposo.
   Lui esita, indugia sul suo sguardo concentrato. I suoi occhi scuri paiono alimentati da una sorgente recondita, che tuttavia lui può raggiungere e ammirare poiché nessuna barriera glielo impedisce. Per un attimo ha paura di quel che vi legge, paura di sbagliarsi, d’interpretare con troppa speranza la loro luce. Il rischio d’illudersi lo atterrisce. Paura e trepidazione: sono il riflesso dei suoi stessi sentimenti. In quell’attimo le gambe gli tremano, il respiro gli muore in gola. Lei lo guarda sorpresa. Gli allunga di nuovo il fiore. Lui si riscuote e lo riceve. Sfiora la corolla con il naso, ne inspira la freschezza. Questo lo fa sentire meglio e insieme gli provoca una dolce vertigine. Adagia il giglio sul cuscino e la guarda sorridendo.
   – Oggi sei diventata mia sposa dinanzi agli dèi e dinanzi agli uomini. Questa notte, ti chiedo, vuoi essere sposa dinanzi a quest’uomo, nel corpo e nell’anima?
   Un fremito le increspa il viso. La luce negli occhi tremola, la sua bocca si schiude. Poi un sorriso dolce le incurva le labbra. Si china su di lui, gli posa una mano sulla fronte. È tiepida. La scollatura ricamata della veste si affloscia e lo scintillio di un pendaglio si manifesta tra le pieghe.
   – Ho un po’ paura – bisbiglia nell’intimità d’una segreta confessione. La mano scivola dalla fronte, la punta delle dita sfiora gli occhi, il naso, la bocca. I polpastrelli carezzano la linea delle labbra. Lui li bacia.
   – Anch’io – le sussurra con un sorriso.
  Lei sembra confortata da quell’ammissione. Gli posa le mani sulle guance, poi le fa scorrere tra i capelli, nell’incavo nascosto della nuca. La punta dei loro nasi quasi si tocca.
   Timore e desiderio, emozione e smarrimento…
   – Chiedimelo ancora – l’alito di lei gli sfiora la bocca.
  Lui l’abbraccia. La sente tremare, sembra davvero una bambina. Le posa un bacio leggero sul collo, dietro l’orecchio.
   – Vuoi essere mia sposa stanotte, nel corpo e nell’anima?
   Un istante ancora di tensione, poi il suo corpo si lascia andare. Lo guarda negli occhi e sorride. Lui fatica a focalizzare il mondo attorno a quel sorriso. È come se loro due fossero il soggetto di un quadro: null’altro ha importanza oltre la cornice che li racchiude.
   – Tua sposa, sempre…
   La camicia gli scende oltre le spalle muscolose, trascinata dalle sue dita affusolate. Il giglio d’argento gli balugina sul petto nudo alla luce della candela. L’attira a sé e le loro labbra si trovano, si uniscono, si scambiano il respiro.
   E mentre la notte isola dal mondo il loro nido, benedetta da un’estate carica di promesse, i due amanti si congiungono, in quel modo che tutti conoscono ma che a tutti ogni volta reca meraviglia. La tensione si scioglie in lui come neve acerba al sole d’autunno, si mescola al desiderio e al sentimento, al piacere che sembra liquefargli la pelle stessa. Ma c’è di più. Mentre il corpo di lei si lega al suo, si accorge di percepire le sue sensazioni come mai aveva creduto di poter fare. La loro unione è un doppio filo su cui si scambiano le emozioni. Sente l’anelito che la pervade, l’ardore che non può contenere; sente la paura, la forza con cui lo respinge aggrappandosi ai suoi lombi e alle sue braccia; il dolore, interiore, privato, lancinante, della verginità perduta, un dolore che la ferisce ma che già la passione porta via, lavandolo con il sangue che le scivola tra le cosce. Scosso ed esaltato, sente il cuore dell’uomo sovrapporsi a quello della donna, fondersi nella sintonia d’un battito comune, il cuore dello sposo e quello della sposa, congiunti in un unico sentimento.
   Il groviglio delle emozioni si dipana e trova un nuovo, più armonico intreccio, al quale i due amanti si abbandonano senza remore e, finalmente, senza più alcuna paura. Li trascina in crescendo verso il suo apice delirante. Lo raggiungono, e lei grida senza più capire dove finisca il dolore e cominci la dolcezza di quel piacere infinito; lui le fa eco rilasciando le briglie dei sensi impazziti. L’odore del muschio li ubriaca, l’odore dei loro corpi avvinghiati…
   Lui le liscia i ricci sudati mentre lei gli posa la guancia sul petto madido di sudore. Ascolta i battiti del suo cuore, che stenta a rallentare. È sfinito, nel fisico e nello spirito. Non aveva mai avuto un’esperienza così coinvolgente. Ora giace rilassato, con la bocca impregnata del sapore di ciò che è stato. E intanto un nuovo sentimento gli affiora nel cuore: il senso melanconico di perdita che sempre lo culla quando i legami di carne sono sciolti e lo spirito si ritira. È l’inesprimibile percezione del vuoto che sa di non poter in alcun modo colmare, è al tempo stesso struggimento e nostalgia, come di un luogo visitato e ormai lontano, l’impronta di un sogno ineffabile vivo solo nella memoria. Gli tocca l’anima con dita dolci e amare. È così, come sempre, ma è anche diversa. Diversa da tutte le altre volte in cui ha giaciuto con una donna, le decine di volte in cui ha pagato l’amore illusorio di una prostituta tra le lenzuola unte di un postribolo nei sobborghi di Lum. Non lo circondano il puzzo stantio del bordello, il vociare dei clienti, il fumo, i rumori frettolosi. La fragranza dei campi trasportata dal vento stempera l’aroma pungente dei loro corpi sudati. Ma non è quello a risparmiargli la nausea stordita che ogni volta ha seguito le sue notti di piacere, una sorta di fastidio per quanto compiuto. È il tepore che gli riscalda il cuore a rendere tutto diverso. È lei.
   – Mi sento come… – All’improvviso sente di dover parlare, di dover esprimere la verità che gli balza alla mente. – Come se fosse la prima volta. – La voce gli vacilla, avverte uno strano formicolio al cuore.
   Lei volge gli occhi verso i suoi senza scostare il viso dal petto. Tradisce stupore e imbarazzo.
   – È come se non lo avessi mai fatto, – continua lui, – come se stanotte per me fosse tutto nuovo.
   È sincero, in quel modo spontaneo che a volte, in rari momenti di magica serenità, alle persone capita di essere. Lei lo comprende, glielo legge nello sguardo, e nel rossore pastello delle gote. Gli circonda il collo con le braccia esili e gli bacia il petto. Sta per dire qualcosa, se lo sente. Trattiene il respiro, in attesa.
   – Voglio che tu diventi il padre dei miei figli – sussurra. – Lo voglio più di ogni altra cosa gli dèi possano offrirmi in questo mondo. – I suoi occhi paiono più grandi mentre lo guarda. Gli angoli della bocca si alzano piano incurvandole le labbra in quello che a lui sembra il più tenero dei sorrisi. E con quel sorriso lei s’addormenta.
   Lothar resta sveglio e la rimira. Il viso liscio svela inconsapevole i segni di una grande stanchezza, figlia delle energie fisiche e nervose bruciate. Tuttavia esprime anche immensa serenità, un’emozione quasi sacra. Al buio della stanza, con la candela ormai spenta e fredda, lui potrebbe giurare che la sua pelle emani addirittura un lucore tenue.
   – M’accorgo che t’amo – bisbiglia alla donna sopita. Le labbra di lei si muovono, si lasciano sfuggire un sospiro, quasi l’avesse udito. – M’accorgo che t’amo, ora, più ancora di ieri, quando pensavo incredibile potermene ancora stupire. E allora forse sempre me ne stupirò.
   Chiude gli occhi. Le palpebre si afflosciano pesanti, i muscoli si allentano con un brivido di soddisfazione. In quell’istante tanto speciale, Lothar compie due scoperte. La prima è che si trova nell’unico posto in cui, da quando è nato, ha sempre inconsciamente desiderato essere. L’altra è più amara e gli riverbera nello stomaco come un malessere subdolo. Scopre che esistono momenti nella vita tanto preziosi e coinvolgenti che il loro ricordo provoca dolore già prima che si siano esauriti, che la memoria fa male prima ancora di aver avuto il tempo di tramutarsi in rimpianto.
   La considerazione lo coglie a tradimento, instilla ansia nel suo momento di tranquillità, goccia di fiele in una coppa di latte. Prova a respingerla, dicendosi che c’è sempre la possibilità di tornare a viverli, concretamente, non solo nei luoghi nostalgici della memoria. Riesce a rasserenarsi grazie ai suoi ventun anni e all’invincibile ottimismo che comportano. Si sbaglia, ma non può saperlo. Si sbaglia perché così il Destino ha deciso. Ma soprattutto si sbaglia perché non capisce che la felicità è materia di attimi e che certi attimi sono inestimabili come giaietti in una pietraia. E lui imparerà a vivere in quella pietraia.
   Riapre gli occhi, allarmato dall’improvvisa, folle idea di trovarsi nel letto da solo, prigioniero dei propri sogni.
   Lei è ancora lì: il suo petto si alza e si abbassa al ritmo placido del respiro, la guancia premuta sulla sua pelle nuda.
   – Helena – chiama piano.
   La ama di un amore così intenso che ogni tanto pensarci lo spaventa, poiché sa che potrebbe morire di tanto amore. Stavolta pensa il vero. Si riferisce alla morte fisica, ma esiste una morte più oscura, che è inizio e non fine del dolore, che è strazio continuo, pena che si trascina dietro il corpo, supplizio per lo spirito. La ama e crede di sapere quanto potrebbe soffrire. Eppure il dolore è infame, può sorprenderti ogni giorno svelandoti nuovi abissi e nuove afflizioni. La ama e per un attimo si rende conto che potrebbe giungere persino a odiare per lei…
   La ama, la ama…

   Così si addormenta".



giovedì 9 febbraio 2017

Lothar e l'Estraneo (di nuovo) in cartaceo

Ho ripetuto spesso come, per una serie di ragioni, avessi concepito il progetto di (ri)pubblicazione della "Trilogia di Lothar Basler" e della successiva "Trilogia dell'Estraneo" in via esclusivamente digitale. Malgrado questo, le numerose richieste pervenutemi in questi mesi di avere disponibili i romanzi anche in versione cartacea mi ha convinto a tornare in parte sui miei passi.

Annuncio allora che da qualche giorno i volumi di entrambe le saghe sono acquistabili su Amazon anche nel tradizionale paperback a copertina flessibile.

Per Lothar questo è un ritorno alle origini, compimento a questo punto naturale del suo percorso di andata e ritorno attraverso il mondo editoriale. Per l'Estraneo è una sorta di nuovo esordio, che riguarderà "Il Richiamo del Crepuscolo" ma ovviamente anche i due volumi successivi.

Quale che sia la vostra scelta, su carta o su ebook, non mi resta quindi che augurarvi buona lettura!


mercoledì 25 gennaio 2017

La Necessità di un'Editoria di Qualità

Spesso mi rendo conto di quanta distanza ci sia nella percezione del mondo editoriale tra chi lo osserva dall'esterno e chi invece è addentrato nei suoi scenari. Questo intervento fa luce su molti aspetti interessanti: dai numeri di chi legge in Italia, di chi invece scrive, fino alle tematiche di self-publishing e distribuzione, aiutando a capire in maniera inequivocabile quanto sia difficile proporre opere di qualità garantendosi un (almeno minimo) ritorno di investimento.

 

giovedì 19 gennaio 2017

In viaggio...

Dodici mesi fa, con la riedizione Delos de "La Lama del Dolore", riproponevo in nuova veste la "Trilogia di Lothar Basler", preannunciando al contempo l'esordio in autunno de "La Trilogia dell'Estraneo" tramite la pubblicazione de "Il Richiamo del Crepuscolo".

Un anno esatto, che ha rappresentato per il sottoscritto la ripresa di un cammino mai del tutto interrotto, ma di certo rallentato per motivi di cui mi è capitato di accennare. L'emozione derivata dal macinare sotto ai piedi un nuovo tratto del sentiero è stata quella di un nuovo inizio, la soddisfazione molto simile a quanto provato con la mia prima pubblicazione ormai quasi un decennio fa. L'entusiasmo raccolto dai lettori (vecchi e nuovi) ha scaldato le ossa al viaggiatore, in misura anche maggiore di quanto mi fossi aspettato. Ecco, ce ne erano tanti che mi chiedevano di ripartire, ma il calore ricevuto è stato superiore alle aspettative.

E di questo vi ringrazio, ciascuno di voi, le facce note e sconosciute, quelle che magari prima o poi incontrerò, quelle che resteranno avvolte nella nebbia eppure sempre presenti all'altro capo del filo magico che unisce chi scrive una storia e chi l'accoglie.

E ora?

Il 2017 è cominciato, i giorni si susseguono rapidi. Il sentiero è stato ripreso e le gambe ormai sgranchite hanno voglia di continuare a percorrerlo, per andare a scoprire cosa si nasconde oltre la prossima radura. Novità ce ne saranno, qualcosa riguarderà probabilmente quanto già uscito, qualcos'altro sicuramente il prosieguo della "La Trilogia dell'Estraneo".

E poi?

E poi esistono progetti che vanno oltre e che auspico possano presto affacciarsi anch'essi sul sentiero.

Il resto sono io che cammino e mi godo il sole e la pioggia, il vento e la nebbia, tutto ciò insomma che il viaggio saprà offrirmi. Quel che vorrò e saprò raccontare lo trasferirò a mio modo sulle mie pagine.

Nel caso qualcuno da qualche parte avesse ancora voglia di leggere le mie storie.


venerdì 13 gennaio 2017

Il Tè dell'Estraneo

Quest'oggi sono ospite dell'elegante salotto regency di Miss Darcy per il tè delle cinque, accompagnato da un'insolita intervista...

Cliccate sull'immagine qui sotto per saperne di più.


mercoledì 4 gennaio 2017

Meet the Characters - Axel

Seconda puntata di introduzione ai nuovi personaggi de "Il Richiamo del Crepuscolo".
Stavolta è il turno di un tizio irsuto quanto bizzarro (ma ricco di insospettabili risorse)...
Axel da Paest.

.....


Un gorgoglio sommesso li introdusse alla vista di una morbida depressione. Scavalcarono un pendio orlato di pruni e penetrarono l’anello di conifere che cingeva una polla alimentata da una vena d’acqua sorgiva. Un cerbiatto vi si abbeverava solitario. Raddrizzò il collo nell’udirli arrivare; li scrutò con gli occhi obliqui, l’acqua che gli sgocciolava dal muso. Loro percorsero ancora qualche metro e la bestia decise che quegli intrusi avevano un aspetto troppo minaccioso per arrischiarsi a restare: zampettò via sollevando uno spruzzo tra i ciottoli del greto.

– Axel! – gridò Mutio accostando le mani alla bocca.

Qualcosa si mosse tra le ninfee che galleggiavano nel punto in cui la sorgente sotterranea affiorava gorgheggiando. Una figura immersa tanto da nascondersi quasi alla vista, si voltò nella loro direzione. Eseguì un paio di pigre bracciate, prima di decidersi a emergere fino alla vita e colmare con passo ondeggiante la distanza che la separava dalla riva. Era completamente nuda, il corpo macilento ricoperto da un’abbondanza di peli bruni inzuppati d’acqua. Raccolse uno straccio gettato sulla sponda e lo usò per asciugarsi il petto e le spalle scheletriche. Infine si frizionò con impeto la criniera incolta e il malloppo ingarbugliato della barba castana. Una foglia carnosa e rosata sopravvisse al trattamento, impigliata con tenacia a una ciocca sulla fronte: la pizzicò via con cura, la esaminò con rapito interesse e poi la gettò nell’acqua dietro di sé.

– Buongiorno Axel, perdonaci per aver interrotto il tuo bagno.

L’uomo fece spallucce. – Salve. – bofonchiò mentre si grattava con noncuranza in mezzo alle gambe nude e pelose. Thorval represse una smorfia di repulsione e quello per tutta risposta gli tese la mano con cui aveva raspato e gli elargì un sorriso sdentato.

Per timore di offendere in qualche modo Mutio, Thorval si costrinse ad accettare la stretta con scarso entusiasmo. – Il mio nome è Thorval e vengo dal Nord.

– Axel! – ribadì quello con trasporto. Le sue unghie lunghe e trascurate si conficcarono come tagliole nella mano destra del mercenario.

– Dove si trovano gli altri? – gli domandò Mutio con allegria. – La tua Maestra e quella zucca impagliata del tuo compare?


Axel srotolò lo straccio con cui s’era asciugato e lo indossò a mo’ di tunica. Recuperò dalla riva un cordino con cui stringerselo ai fianchi e s’infilò un paio di sandali sdruciti. – Celebrano la liturgia del meriggio. Vi ci porto.



giovedì 22 dicembre 2016

Al mutar della stagione, come faville credute spente sotto le braci...

"L‘inverno giunse dal nord ammantato di vento e con l’alito di ghiaccio. Discese dalle lande candide di neve del settentrione col passo sicuro e cadenzato del pellegrino cui sia ben nota la strada, di chi innumerevoli volte ne abbia calcato il percorso. Venne annunciato, vigoroso dinanzi agli spasmi terminali dell’autunno morente, implacabile nella certezza del suo tempo rinnovato.

Stese il suo rigido mantello sui tetti dell’orgogliosa Kaisersburg, strinse nel gelido abbraccio gli stendardi vermigli sulle mura di Volturnia. Passò, ombra diafana di pioggia e tempesta, a soffiare il suo spirito contro i bastioni dell’austera Gavanin, tra i vicoli tetri dei suoi quartieri militari. Cavalcò, su frangenti di nuvole e vento, sulle cupole e sui pinnacoli dorati di Jemi la Splendida, fischiò sul mare schiumante oltre i suoi lidi frastagliati, sino a raggiungere i pontili fatiscenti e le strade ricche di miseria della decadente Saëgata.

Calò, sudario impalpabile di caligine e brina, sulle guglie sempreverdi di Ebor. Discese tra le case di Lum, lacerando col suo staffile di vento il velo esangue sul suo volto di pietra. Proseguì al di là dei crinali innevati della Cordigliera, invase le contrade tristi e desolate di Altea, s’insinuò tra le spoglie sbriciolate dalle epoche della malinconica Amor, tra i canali luridi e melmosi della moribonda Veron.

Venne dal nord, porgendo il suo immutato saluto, la sua eterna sembianza, sfiorando le terre del continente con una carezza da sempre nota.

Nelle campagne, i contadini rabbrividivano avvolti nei mantelli di lana, rimpiangendo gli ultimi dolci mesi d’autunno. Sulla soglia delle proprie abitazioni, osservavano il cielo terso ricoprirsi di nubi gravide e rievocavano le settimane recenti, la vendemmia e la semina dei campi ora placcati di brina. La legna già era stata raccolta e attendeva le fiamme del camino accatastata in cantina o nei granai. I maiali ormai grassi razzolavano pigri e beati nei recinti, sazi delle ghiande ingurgitate con foga nei giorni passati, ignari dei festeggiamenti per i quali erano stati preparati: tra breve sarebbero stati appesi a un palo per le zampe posteriori, la loro gola sarebbe stata squarciata, il loro sangue raccolto e le loro carni arrostite. I fattori fissavano rapiti la magia del loro fiato fumigante nell’aria rigida del crepuscolo. Riflettevano sui lunghi giorni che avrebbero trascorso seduti dinanzi al focolare, a scrutare tra le braci il destino che li avrebbe spinti, in primavera, a tornare ai campi con le zappe in mano. Non l’ignoranza, né la prosaica attitudine che gli era tipica di concedere poco spazio ai sentimenti, impediva ai loro cuori di fremere d’un fugace palpito di nostalgia nel rammentare i raggi tiepidi dell’ultimo sole d’autunno che pochi giorni prima aveva benedetto, rosso e dorato, i volti dei loro figli.

Nelle città, all’interno delle mura incoronate di merli, la vita si protraeva monotona. L’inverno avrebbe ridotto l’afflusso dei pellegrini accrescendo l’impraticabilità delle vie di comunicazione. Molti meno viandanti sarebbero giunti a bussare ai portali col loro bagaglio di bisacce e di storie da taverna. I gendarmi avrebbero trascorso interminabili ore di noia e freddo a battere i denti nella logorante attesa del cambio della guardia. Nelle abitazioni, nelle botteghe, in mezzo ai tavoli delle osterie, la gente si sarebbe stretta in un abbraccio reciproco, all’inconscia ricerca di una fonte d’umano calore. Avrebbe fronteggiato pioggia e vento, lavorando alacremente e chiacchierando e raccontando storie di banale realtà e assurda fantasia, le mani intirizzite nei guanti e gli occhi smarriti nella vampa dei camini. In qualsiasi stagione, le città restavano sorgenti e amplificatori di vicende, fulcro di raccolta e smistamento di notizie. Una girandola di voci si rincorreva per le strade, sebbene la maggior parte di esse altro non fosse che il coro insistito e variegato dell’unica Voce: quella che volava di bocca in bocca tra i banchi del mercato, in mezzo ai vicoli e ai pontili, da un tavolo all’altro delle taverne, in ogni angolo - fosse splendido e sontuoso oppure buio e inzaccherato - delle città.

Guerra.

Le truppe radunate alla base dei torrioni e nei distretti militari, mercenari stranieri e soldati con le insegne dei Principati: ormai tutti avevano visto le schiere accampate fuori dalle città o in marcia per le campagne. Quella che fino a poche settimane prima era sembrata una delle tante dicerie in volo per le strade si era rivelata in tutta la sua concretezza. A occidente, oltre l’oceano, in terre di cui pochi sapevano davvero qualcosa, se non certi eruditi oppure gli abitanti della costa che avevano conosciuto mercanti e viaggiatori giunti dall’altra sponda del mare, a ovest si combatteva un conflitto sanguinoso. E i Principati si preparavano a intervenire. Dopo aver adunato parte dei contingenti regolari nei maggiori porti marittimi, avevano divulgato numerosi bandi di reclutamento per accrescerne i ranghi. In molti si erano arruolati, barbari dagli occhi grigi venuti dal nord, Alteani dalla pelle abbronzata e i capelli mori, assieme a una congerie di umanità della più disparata specie per lo più insoddisfatta della vita, alla ricerca di avventura, di guadagno, di un senso autentico e disperato per la propria esistenza; briganti e galeotti, in alcuni casi tutt’altro che infrequenti, braccati dalle autorità, bramosi di libertà e di chissà quali vagheggiati bottini.

Affacciati alle finestre luminose dei loro opulenti palazzi, i nobili osservavano con distacco l’animosità febbrile che contagiava gli spiriti della plebe raccolta promiscuamente tra i rioni impestati di tanfo e rumore. Carezzati dal tocco soffice della seta e dello sciamito, vegliavano con pigra indifferenza sulle sorti misere del popolo, invidiando tuttavia nel nucleo recondito del proprio cuore il colore e l’incredibile gamma di sfumature di cui l’esistenza stentata di quegli uomini riusciva comunque a dare sfoggio. Attraversavano corridoi nell’eco solitario dei loro passi, camminavano annoiati sotto loggiati deserti, intorno a giardini attanagliati dal gelo. Si interrogavano distrattamente sull’insoddisfazione del proprio cuore, del proprio spirito ingabbiato nell’oro e nello sfarzo, incapaci ormai d’animarsi di pulsioni improvvise se non in momenti sempre più rari e preziosi. Ma si trattava di riflessioni fugaci: presto la mente ritrovava morale e si concentrava sul pensiero del prossimo banchetto, della prossima notte di lussuria in compagnia di una nuova cortigiana dalle giovani forme. Guardavano il cielo gonfio di vento e meditavano sull’avvento della prossima primavera, allorché avrebbero potuto cavalcare tra i boschi con il proprio seguito di cavalieri e scudieri, con la muta di segugi affamati attorno e il falcone incappucciato sul braccio, a caccia di volpi, cervi e cinghiali. Allora tornavano a sorridere, dimentichi di ogni cupa riflessione.

L’inverno recava la fine dell’anno e con essa un periodo di fervore religioso. Era questo il tempo delle investiture per gli adepti di Volkos, l’ardimentoso Dio della Guerra. All’interno delle ombrose navate delle sue cattedrali fortificate, intrise dell’aroma dell’incenso e del sapore dell’acciaio, i novizi dell’ordine di monaci guerrieri recitavano genuflessi i cori delle litanie d’iniziazione. Porgevano le proprie spade e i propri scudi ai piedi degli altari di ferro, pregando il dio affinché li benedicesse. Col capo prostrato dall’emozione e dal rispetto, lasciavano che i confratelli superiori tracciassero il venerabile simbolo della spada sulle loro spalle. Allora erano infine pronti a vestire il mantello cremisi, icona secolare del sangue eroico e battagliero di Volkos, che li avrebbe accompagnati in combattimento fugando ogni sentimento di codardia dai loro cuori.

Nelle campagne e nei villaggi lontani dalle città, i chierici verde vestiti di Fenice portavano la benedizione dell’Albero Sacro tra le genti. Esortavano i fedeli a celebrare i riti e i sacrifici prescritti per beneaugurarsi il sorriso radioso della dea in vista del nuovo anno. Intere comunità si univano a loro per pregare Fenice sul greto dei ruscelli e sulla cima dei poggi battuti dal vento o inzuppati dalla pioggia. Poiché anche l’inverno, catechizzavano i chierici, era figlio della Grande Madre e fratello delle altre stagioni. Al calar del sole, alti falò punteggiavano le piazze dei borghi e i cortili delle fattorie. La gente vi si raccoglieva intorno gettando tra le fiamme la sterpaglia e le erbacce sradicate dai campi e dagli orti. Le osservavano accartocciarsi tra le vampe; levavano una preghiera alla Grande Madre affinché un giorno quello che l’inverno aveva fatto tacere potesse risorgere a nuova vita. I duri mesi a venire avrebbero offerto tempo per i salmi e le riflessioni nell’attesa del momento in cui Fenice sarebbe discesa ancora tra gli uomini sotto braccio alla primavera, per celebrarne il nuovo sposalizio con la terra.

Nelle Città Stato dei Principati avevano inizio i laboriosi addobbi dei templi di Yor, il Grande Fratello e Signore di tutti gli dèi, assiso sul Suo trono di fuoco tra le stelle del cielo. L’ultimo giorno dell’anno, il trentunesimo del dodicesimo mese, il Sommo Sacerdote in persona avrebbe aperto i portali del maestoso tempio a Kaisersburg, mentre i devoti patriarchi dell’Ordine lo avrebbero imitato a Volturnia, Gavanin, Jemi, Saëgata e Lum. Sopra un carro adorno di velluto e oro, avrebbe attraversato la città, conducendo tra le case l’emblema sacro del Disco Solare. Accompagnato dai chierici dalla candida tonaca e dai cavalieri devoti vestiti a cerimonia, avrebbe guidato la processione nei quartieri di Kaisersburg per invocare la grazia del dio sulle genti festanti. Il principe con tutta la corte lo avrebbe seguito scortato dalla guardia personale e presto il corteo si sarebbe ingrossato, mano a mano che i cittadini si fossero accodati per intonare i salmi tradizionali. Per tre volte avrebbero percorso il perimetro esterno delle mura, fino a quando, al tramonto, il Sommo Sacerdote non avesse ricondotto i fedeli al tempio per pronunciare la benedizione formale. Quando il sole fosse calato oltre il mare, sarebbero cominciati i festeggiamenti. Si sarebbero protratti per i quattro giorni seguenti, con giochi, tornei, spettacoli e banchetti sulle piazze e fuori le mura.

Nei pressi dei cimiteri le campane delle chiese di Moors battevano il loro sordo rintocco, unica voce nei templi lugubri e silenziosi. Il sopraggiungere dell’inverno e la fine dell’anno non venivano in alcun modo celebrati dai chierici rasati del Dio della Morte: autunno o inverno, estate o primavera, l’Eterno Mietitore sempre passava per le case e sotto i ponti, tra colline e foreste, ignaro dello scorrere delle stagioni, perpetuo e implacabile nelle sue incombenze. I suoi accoliti impaludati di nero si raccoglievano in pacata preghiera sui banchi di pietra dei santuari e conducevano le liturgie funebri durante le tumulazioni senza preoccuparsi del freddo o dell’arsura.

Mentre i culti ufficiali si preparava a celebrare l’anno nuovo tramite rituali vecchi di secoli, molte erano le persone che, pregando l’uno o l’altro dio, si lasciavano andare a oscure invocazioni o insoliti gesti arcani. Grave era il fardello dell’ignoranza che appesantiva la maggior parte delle genti e ancor di più quello della paura che adombrava i cuori: paura di un mondo in gran parte sconosciuto, paura di un destino misterioso e troppo spesso infausto, paura di una vita legata in tutti i suoi aspetti al filo sottile della speranza. La notte, quando il vento gemeva contro le finestre e le ombre ingoiavano il mondo tra le loro pieghe impenetrabili, molti erano quelli che ricorrevano ad ancestrali gesti propiziatori per esorcizzare i timori e dar sollievo all’animo oppresso delle angosce e dagli interrogativi. Al cospetto dei falò in onore di Fenice, più di un devoto gettava tra le fiamme un piccolo fantoccio di paglia e tela, secondo un’usanza troppo remota perché potesse trovarsi annotata nella regola canonica di uno qualsiasi dei culti ufficiali. Curiose composizioni di ramoscelli e steli di grano campeggiavano sulla soglia delle abitazioni di campagna, rozzi simulacri patrimonio di culture e credenze annegate nell’oblio del tempo. Erano solo alcune delle infinite piccole scaramanzie professate da una civiltà afflitta da mille incertezze sul presente e sul futuro, troppe perché bastasse una pomposa processione cittadina o la predica compassata di un chierico per bandirle. Il simbolismo ieratico che impregnava la vita di ciascuno spesso perdeva i propri connotati definiti e codificati, nell’impossibilità di spazzare via tutte le ombre che assediavano i passi dell’esistenza. Si faceva vago e talvolta contorto, facile preda dell’ansia e dei sentimenti più morbosi. Tra i più arditi e maliziosi c’era persino chi, nel buio umido di una cantina, nel cuore di un bosco allagato di bruma o nei recessi del proprio palazzo, salmodiava litanie oscure. Invocavano entità misteriose, intonavano versi antichi quanto le montagne, retaggio blasfemo e degenerato sopravvissuto alla mola dei secoli.


L’inverno rivestiva la terra e le case di una cappa di gelo cristallino. Assopiva il continente e le città. Ma, sotto la coltre di pioggia e neve, sotto il freddo, gli animi umani crepitavano di vita e di emozioni, come faville credute spente sotto le braci..."