mercoledì 29 marzo 2017

Al volgere del vento, dalla cenere e dal sangue, la terra resusciterà...

"Si destò molto lentamente, emergendo dal sonno con incredibile fatica. Si rizzò a sedere e sbatté le palpebre pesanti. Un brivido di freddo gli corse sulle braccia e sulla schiena e gli strappò un colpo di tosse. Afferrò i lembi della cappa per stringerseli al petto. Le orecchie gli ronzavano leggermente, la testa era come disancorata dalle spalle. Lo stomaco gli pesava e non la smetteva di trasmettergli sgradevoli ondate di nausea. Contemporaneamente un’insolita fame lo tormentava: si sentiva come se non mangiasse da una settimana. Deglutì, ma aveva la bocca secca e la gola irritata dal fumo.

Il fumo.

Chinò gli occhi sull’erba coperta di brina. La pipa giaceva capovolta tra i ciuffi: gli era caduta dalla bocca senza che se ne accorgesse, forse un attimo prima che perdesse coscienza. La afferrò tra l’indice e il pollice. La scosse facendo precipitare a terra i resti bruciacchiati del tabacco e grattò via con un dito i rimasugli più ostinati. Infine la ripose nel borsello. Alzò lo sguardo: il falò ormai spento fumava ancora nell’aria fredda, tre uomini in divisa sonnecchiavano acciambellati lì vicino, tutti imbacuccati. Non era l’unico a essersi addormentato senza volerlo, ma non capiva perché Mutio e Raphael se ne fossero andati senza svegliarlo.

Si tirò in piedi stentando a trovare l’equilibrio, era ancora indolenzito. Il campo dormiva avvolto dalle tenebre. Guardò verso levante strizzando gli occhi per cogliere qualche segno dell’alba ma tutto era buio. Malgrado ciò, percepiva che il giorno non era lontano. Aveva viaggiato e dormito abbastanza sotto le stelle per riconoscere la stasi carica di attesa che caratterizza l’ora più buia della notte, quella che precede il sorgere del sole. Tossì di nuovo, questa volta fu un colpo secco: la gola gli bruciò come se fosse stata trapassata da mille schegge. Scrutò con attenzione i confini dell’accampamento alla ricerca delle sentinelle. Non poté vederle ma immaginò che fossero presenti e vigili. Presto avrebbero suonato i corni per dare la sveglia alle truppe.

Raccolse da terra il cappello che gli era scivolato durante il sonno e se lo infilò in uno dei cinturoni incrociati sul petto. Si coprì la testa con il cappuccio della cappa e s’incamminò verso la tenda. Ancor prima di raggiungerla si accorse che Mutio sedeva solitario una ventina di metri fuori dall’ingresso, il capo e le spalle sotto la pesante coperta che di solito adoperava come giaciglio. Gli rivolgeva la schiena e puntava gli occhi a oriente, muto e immobile. Lothar gli si avvicinò senza fretta soffocando il terzo colpo di tosse. Simone udì i suoi passi, si voltò e lo guardò con gli occhi per nulla offuscati dal sonno.

– Che fai da solo fuori dalla tenda? – gli chiese Lothar, e la voce gli uscì roca dalla gola arsa. – Tra poco suoneranno la sveglia. Sarebbe meglio…

– Sssssh… – Mutio si mise l’indice sinistro davanti al naso. – Lo senti anche tu?

Lothar corrugò la fronte. Si accovacciò con il mantello ben stretto intorno al corpo. Il cuoio vecchio degli stivali scricchiolò sotto le cosce.

– Cosa?

Simone alzò la testa, chiuse gli occhi e dilatò le narici inspirando profondamente. Una traccia d’estasi gli affiorò sul volto.

– Il vento, – mormorò senza guardare, – ha cambiato direzione. Non è più freddo e tagliente come prima. Comincia a profumare. È arrivata la primavera.

Lothar puntò lo sguardo verso l’orizzonte buio. Folate blande e intermittenti spazzavano l’erba ingemmata di brina.

– Io sento solo l’odore del freddo – disse osservando con la coda dell’occhio l’orlo sfilacciato del suo cappuccio mosso dal vento. – L’inverno è alle spalle ma la primavera non può spodestarlo da un giorno all’altro. Ci vorrà del tempo prima di vedere i fiori sbucare dalla crosta della terra. Se davvero potremo vederli… Queste contrade mostrano i segni di ferite profonde. Puzzano di morte, non certo di fiori.

Mutio respirò una seconda boccata d’aria. Poi riaprì gli occhi e lo fissò.

– Resusciterà – ribatté con convinzione. – Come dici tu, ci vorrà del tempo. Ma prima o poi, quando i suoi carnefici saranno cenere buona per concimarla, allora resusciterà. Credo che la terra abbia la scorza dura. Noi passiamo, ma le montagne e i fiumi restano. Resusciterà.

– Forse hai ragione.

– Anche se piagata dalla guerra, non può non reagire all’arrivo della primavera. Io sento che l’odore nell’aria sta cambiando.

Lothar e Mutio si guardarono negli occhi per qualche istante. Poi Lothar gli sedette vicino. Sapeva, sentiva che l’Alteano aveva qualcos’altro da dire che non riguardava il cambio di stagione: ricordava la strana distanza della sera precedente. Attese che si esprimesse, ben sapendo che in quei frangenti ogni esortazione è inutile. Dopo un paio di minuti Simone si decise a parlare.

– Mio figlio dovrebbe nascere le prime settimane di primavera – mormorò senza distogliere lo sguardo dall’orizzonte. – Mi chiedo se i suoi occhi si siano già aperti. E, se sì, dove si trovino ora lui ed Helena.

Lothar ascoltò senza intervenire. Simone stava tastando con cautela il proprio dolore, lui sarebbe stato testimone della sua intima sofferenza, l’avrebbe aiutato a sentirne il gusto agro. L’abitudine a soffrire non lenisce la pena, ma la consapevolezza del proprio dolore è un dono indispensabile, benché sgradito, per poterci convivere.

– Sai quale sarà il suo nome? Quale sarà oppure qual è, se è già venuto al mondo?

Quella precisazione fece sorgere una ruga di amarezza sulla fronte di Mutio.

– Se sarà una bambina, Eva. Lo ha scelto Helena. Ma se nascerà maschio, – il suo tono si addolcì e si arricchì di una nota d’orgoglio, – si chiamerà Mikael. E questa è una scelta mia.

– Mikael non è un nome Alteano – constatò Lothar stupito.

– No, certo che no. Ma mio figlio non nascerà in Altea. Mikael è un nome che mi è sempre piaciuto. Quando vivevo ad Amor e conoscevo tanti pellegrini che venivano dai Principati oltre la Cordigliera, i loro nomi mi suonavano esotici, alcuni li trovavo addirittura bislacchi. Nomi che ancora adesso fatico a pronunciare. Ma Mikael mi è sempre piaciuto. Mio figlio nascerà nel Principato di Lum. Se sarà maschio si chiamerà Mikael, se sarà femmina Eva. Alle volte non è facile vivere da forestiero, in una terra che non è la tua. Anche quando non si è davvero forestieri. Capisci cosa intendo? Mio figlio nascerà nei Principati, con un nome adeguato. Non mi piace l’idea di saperlo trattato con diffidenza e intolleranza dai suoi compaesani per colpa di un nome straniero.

– Capisco cosa vuoi dire. La gente sa essere razzista e sospettosa. Noi stessi a volte ci comportiamo così, senza rendercene conto. O forse, in fondo al cuore, sì.

Mutio incassò la testa tra le spalle e tirò le mani fuori dalla coperta. Lothar vide che teneva stretto tra le dita un fazzoletto. Simone lo svolse su un ginocchio. Sul tessuto, liso e ingiallito, era ricamato un disegno ben riconoscibile nonostante un paio di buchi e molte macchie: era un boccale da birra dal quale spuntavano dei dadi e quattro carte da gioco aperte a ventaglio.

– Lo stemma del Boccale del Gioco – disse Lothar.

– Il Boccale del Gioco. – Mutio pronunciò adagio il nome del suo locale. – Sono passati quasi quattro mesi da quando ho detto addio a Helena, a Holser. Quattro mesi. Mi domando ogni giorno dove sia. Al monastero di Fenice, mi rispondo. I sacerdoti l’assistono nella preparazione al parto oppure si congratulano con lei per lo splendido bimbo che ha messo alla luce. Probabilmente. Ma come posso esserne sicuro? Posso attraversare l’oceano a piedi per andare a sincerarmene, per fugare le mie ansie? Serbo come una reliquia il pensiero di lei e di nostro figlio, lo custodisco nel profondo del cuore. Ma è un pensiero che alle volte mi strugge. – Si portò una mano al viso. Osservò per alcuni istanti le rughe che gli solcavano il palmo. Poi, con un gesto lento e sofferto, sollevò la mano e se la passò sui capelli. La chioma castana gli ricadeva sulle spalle tutta arruffata. – Ho promesso a mia moglie che sarei tornato per farmi fare una nuova treccia da lei. I capelli sono ricresciuti. Forse troppo in fretta.

– È quindi giunto il momento dei rimpianti? – chiese Lothar.

– No – rispose Mutio scuotendo la testa. – No. C’è qualcosa in fondo alla mia coscienza che continua a ripetermi che ho compiuto la scelta giusta. È stata ed è ancora una scelta molto dolorosa, lo sarà sempre. Ma non tutte le scelte giuste sono piacevoli. Qualcosa mi dice che è così. Forse è la voce del Destino. Il fato mi ha voluto qui, al tuo fianco.

Lothar tacque. Rifletté sulle ultime parole.

Il Destino, pensò.

– Torneremo? – domandò Mutio bruscamente.

– Non posso saperlo.

– Tu credi che torneremo?

– Forse lo chiedi alla persona sbagliata. Forse dovresti chiedere a Mighal di interrogare il suo diletto Destino.

Mutio fece un sorriso rilassato.

– Ho idea che la cosa non funzioni proprio così.

– Anche io – aggiunse Lothar sorridendo a sua volta."



martedì 14 marzo 2017

"Il Richiamo del Crepuscolo" in nomination per il Premio Italia

Mi hanno segnalato con piacere che "Il Richiamo del Crepuscolo" è tra le nomination proposte da Delos per l'edizione 2017 del 'Premio Italia', categoria 'Romanzo Fantasy'.

Ringrazio in anticipo chi, tra gli aventi diritto al voto, deciderà di riservare la propria preferenza al mio romanzo. :)


mercoledì 8 marzo 2017

Meet the Characters - Rollo

Riprendo dopo qualche settimana la carrellata di presentazione dei nuovi personaggi protagonisti de "Il Richiamo del Crepuscolo", accompagnata da qualche disegno ritrovato nei cassetti.
Siore e siori, ecco a voi il nano Holfgar Bjork'lund. Sapiente, artigiano e tecnologo.
Meglio noto come Rollo.
.....

Le dita di Rollo, tozze e callose quanto quelle di qualsiasi artigiano nano, strofinavano con incredibile levità il panno sul calcio di legno e sulla canna plumbea della pistola. Ne aveva smontato i componenti con cura amorevole, l’aveva puliti e lubrificati. Adesso lucidava la superficie della pistola riassemblata; un’arma gemella, del tutto identica a quella che teneva in mano, era posata su un quadrato di lino ripiegato sullo scrittoio a cui era seduto.
– Giuro di essere integro, nella carne e nello spirito, che il tocco del male non corrompe l’esistenza che con modestia offro al volere di Dio.
La voce profonda di Eusebio spinse Rollo a distrarre lo sguardo dal proprio lavoro. Aveva appena pronunciato il Giuramento di Integrità, preludio all’investitura. Stava ritto in mezzo alla stanza, completamente nudo a eccezione del ciondolo di legno, il corpo muscoloso segnato da una ragnatela di cicatrici assortite. Come un marchio da bestiame, un rozzo tatuaggio di tre lettere grezzamente vergate spiccava sulla sua spalla sinistra: EVX. Forse era solo un’impressione inquinata dal bagliore fluttuante dei lumi, ma il nano avrebbe giurato di riconoscere una punta di commozione nella maschera concentrata di Eusebio.
– Prostrati dunque dinanzi a me, – la voce di Sebastian Arelano, un fruscio di foglie palpate dal vento, – che qui incarno il cospetto di Dio Onnipotente.
Il Rito di Umiltà, rifletté Rollo mentre Eusebio si genufletteva a capo chino. Il vecchio inquisitore immerse i polpastrelli in una ciotola colma di cenere e disegnò una croce a otto punte sulla sommità della sua testa. Rollo aveva assistito già un paio di volte a quel cerimoniale, quantunque le cappelle solenni che l’avevano ospitato avessero poco a che spartire con quell’alloggio profano. Aveva sentito dire che la cenere consacrata era trattata con unguenti che la rendevano terribilmente urticante. Eusebio dal canto suo accettò impassibile che fosse cosparsa sulla propria scarna chioma. L’inquisitore salmodiò qualcosa tra sé.
– Come cenere anonima, tu ti porrai di fronte a Lui. – recitò aumentando di poco il volume. – Umile recipiente della Sua Volontà sarà il tuo spirito, sino a che non lo renderai alla Dimora Celeste.
Sebastian Arelano lo prese per le spalle e lo invitò ad alzarsi. Eusebio obbedì docile, sempre con gli occhi bassi sui piedi scalzi. Si fece condurre a una tinozza d’acqua, rimpiazzo improvvisato dei lavacri di marmo comunemente usati. Là si immerse fino alle ginocchia. Per otto volte l’inquisitore gli asperse il viso con l’acqua gelida. Recitò in un bisbiglio inintelligibile i versi della Litania del Mondamento, a corredo del Rito di Purificazione.
Eusebio uscì gocciolante dalla tinozza. S’inginocchiò di nuovo e l’inquisitore gli asciugò la parte superiore del corpo con un panno pulito. Svitò il contenitore metallico dell’olio sacro e gli segnò il petto e le spalle robuste con l’icona della croce. L’ultimo passaggio lo riservò alla fronte spaziosa, ancora madida di goccioline.
– Dalla cenere della sottomissione e dall’abluzione della purificazione, io ti marchio con il crisma della rinascita. Germina così a nuova vita la tua anima, nella luce del Dio Padre.
Eusebio partecipò al Rito della Resurrezione pronunciando con voce ferma gli otto precetti fondamentali della dottrina di Caeres.
Il cerimoniale volgeva al termine. Rollo tornò a dedicarsi ai suoi adorati strumenti. Impugnò entrambe le pistole.
Bered Han Zhûl, pensò esaminandone il calcio finemente intagliato, i Piccoli Lampi Neri.
Il loro progetto risaliva ai tempi in cui studiava all’Accademia Imperiale degli Ingegneri di Sudhen. Lo aveva concepito tra i suoi laboratori; lo aveva sviluppato e vezzeggiato nelle stagioni entusiaste della giovinezza. Aveva dovuto tuttavia attendere anni prima di realizzarne l’idea. Le Bered Han Zhûl, così come il magnifico Amok Dhûl, erano state forgiate nelle fucine di Rhon, ai tempi in cui ancora esisteva la Repubblica, prima che l’Impero di Caeres tornasse ad annetterla con l’aiuto delle legioni straniere.
– Pronuncia ora il Giuramento della Vita e della Morte. – comandava nel frattempo Sebastian Arelano.
– Io, Eusebio, giuro al cospetto del Dio Padre e mio Unico Signore, come servo del Suo arbitrio, di consacrare la mia vita al Suo nome, di professare senza menzogna il Suo verbo, di combattere con audacia le Sue battaglie, – si schiacciò un pugno sul petto, – fino a che questo cuore cessi di battere, e oltre ancora.
– E io testimonio in Sua vece la fede nelle tue parole. – declamò il vecchio inquisitore. – Alzati fratello Eusebio e ricevi il simbolo che da oggi ti compete. – Gli sfilò la croce lignea dal collo taurino e la sostituì con una copia di metallo. – La tua iniziazione è conclusa. Sei ufficialmente un soldato di Dio, ora. Raccogli le tue armi, ci prepariamo ad andare in battaglia.
Rollo fece scattare i grilletti delle pistole scariche. – Così sia. – mormorò tra sé.





martedì 14 febbraio 2017

Per San Valentino...

...un estratto a tema, sull'emozione irripetibile delle prime volte, sulle implicazioni dell'amore, sulla meraviglia e la tragedia delle sue conseguenze.

"L
a candela brucia discreta spargendo una luce soffice sulle pareti e sul basso soffitto. La fiammella si specchia sulla cera liquefatta raccolta in cima e trattenuta dall’orlo irregolare. Ogni tanto una stilla lo scavalca e rotola giù in una scia che si solidifica veloce attaccandosi al fusto ceroso, cosparso sempre più di globuli coagulati. Il giovane osserva le gocce debordare, le osserva congelarsi nella breve discesa. Le osserva per non pensare alla tensione che gli preme dentro.
   Ha mani e piedi freddi. Eppure la notte è calda, l’estate matura intiepidisce la brezza sulle colline. Il profumo carico del gelsomino filtra attraverso le imposte socchiuse, ma lui percepisce forte l’odore del proprio corpo, in un modo che non ricorda di avere mai sperimentato. Freddo e caldo, profumo e odore, ma soprattutto desiderio e timore. È la notte dei contrasti, delle sensazioni discordanti. Eccitazione e smarrimento. È la notte che tanto aspettava. Forse da sempre.
   La porta si apre con un cigolio lieve alle sue spalle, quasi non volesse turbare le sue riflessioni. Un suono di passi leggeri. Passi piccoli, che tradiscono un’inconsapevole impazienza. Tradiscono anche incertezza? Gli sembra di sì, ma non può dire se sia solo la sua immaginazione. Crede di sì.
   Si avvicinano, lo aggirano, si arrestano. Lui alza gli occhi sulla figura minuta. Il fieno del materasso su cui è seduto fruscia sotto le sue gambe. Il cuore, momentaneamente dimenticato, comincia a battere veloce e leggero, come l’ala d’un uccellino. E da uccellino gli appaiono gli occhi della giovane, fissi nei suoi. Sembra una bambina, timida e spaurita. La veste che indossa, semplice e sottile, si adagia sulle forme delicate del suo corpo attenuandole. Lei sembra accorgersi dei pensieri che lo attraversano e, forse colta alla sprovvista, irrigidisce i lineamenti. Non importa quanto si sforzi, pensa lui con un sorriso segreto, non può mascherare l’agitazione. Né la sua profonda emozione.
   Lei reca un fiore tra le dita, un giglio dai petali carnosi, d’un giallo tenue. Glielo porge.
   – Per te, mio sposo.
   Lui esita, indugia sul suo sguardo concentrato. I suoi occhi scuri paiono alimentati da una sorgente recondita, che tuttavia lui può raggiungere e ammirare poiché nessuna barriera glielo impedisce. Per un attimo ha paura di quel che vi legge, paura di sbagliarsi, d’interpretare con troppa speranza la loro luce. Il rischio d’illudersi lo atterrisce. Paura e trepidazione: sono il riflesso dei suoi stessi sentimenti. In quell’attimo le gambe gli tremano, il respiro gli muore in gola. Lei lo guarda sorpresa. Gli allunga di nuovo il fiore. Lui si riscuote e lo riceve. Sfiora la corolla con il naso, ne inspira la freschezza. Questo lo fa sentire meglio e insieme gli provoca una dolce vertigine. Adagia il giglio sul cuscino e la guarda sorridendo.
   – Oggi sei diventata mia sposa dinanzi agli dèi e dinanzi agli uomini. Questa notte, ti chiedo, vuoi essere sposa dinanzi a quest’uomo, nel corpo e nell’anima?
   Un fremito le increspa il viso. La luce negli occhi tremola, la sua bocca si schiude. Poi un sorriso dolce le incurva le labbra. Si china su di lui, gli posa una mano sulla fronte. È tiepida. La scollatura ricamata della veste si affloscia e lo scintillio di un pendaglio si manifesta tra le pieghe.
   – Ho un po’ paura – bisbiglia nell’intimità d’una segreta confessione. La mano scivola dalla fronte, la punta delle dita sfiora gli occhi, il naso, la bocca. I polpastrelli carezzano la linea delle labbra. Lui li bacia.
   – Anch’io – le sussurra con un sorriso.
  Lei sembra confortata da quell’ammissione. Gli posa le mani sulle guance, poi le fa scorrere tra i capelli, nell’incavo nascosto della nuca. La punta dei loro nasi quasi si tocca.
   Timore e desiderio, emozione e smarrimento…
   – Chiedimelo ancora – l’alito di lei gli sfiora la bocca.
  Lui l’abbraccia. La sente tremare, sembra davvero una bambina. Le posa un bacio leggero sul collo, dietro l’orecchio.
   – Vuoi essere mia sposa stanotte, nel corpo e nell’anima?
   Un istante ancora di tensione, poi il suo corpo si lascia andare. Lo guarda negli occhi e sorride. Lui fatica a focalizzare il mondo attorno a quel sorriso. È come se loro due fossero il soggetto di un quadro: null’altro ha importanza oltre la cornice che li racchiude.
   – Tua sposa, sempre…
   La camicia gli scende oltre le spalle muscolose, trascinata dalle sue dita affusolate. Il giglio d’argento gli balugina sul petto nudo alla luce della candela. L’attira a sé e le loro labbra si trovano, si uniscono, si scambiano il respiro.
   E mentre la notte isola dal mondo il loro nido, benedetta da un’estate carica di promesse, i due amanti si congiungono, in quel modo che tutti conoscono ma che a tutti ogni volta reca meraviglia. La tensione si scioglie in lui come neve acerba al sole d’autunno, si mescola al desiderio e al sentimento, al piacere che sembra liquefargli la pelle stessa. Ma c’è di più. Mentre il corpo di lei si lega al suo, si accorge di percepire le sue sensazioni come mai aveva creduto di poter fare. La loro unione è un doppio filo su cui si scambiano le emozioni. Sente l’anelito che la pervade, l’ardore che non può contenere; sente la paura, la forza con cui lo respinge aggrappandosi ai suoi lombi e alle sue braccia; il dolore, interiore, privato, lancinante, della verginità perduta, un dolore che la ferisce ma che già la passione porta via, lavandolo con il sangue che le scivola tra le cosce. Scosso ed esaltato, sente il cuore dell’uomo sovrapporsi a quello della donna, fondersi nella sintonia d’un battito comune, il cuore dello sposo e quello della sposa, congiunti in un unico sentimento.
   Il groviglio delle emozioni si dipana e trova un nuovo, più armonico intreccio, al quale i due amanti si abbandonano senza remore e, finalmente, senza più alcuna paura. Li trascina in crescendo verso il suo apice delirante. Lo raggiungono, e lei grida senza più capire dove finisca il dolore e cominci la dolcezza di quel piacere infinito; lui le fa eco rilasciando le briglie dei sensi impazziti. L’odore del muschio li ubriaca, l’odore dei loro corpi avvinghiati…
   Lui le liscia i ricci sudati mentre lei gli posa la guancia sul petto madido di sudore. Ascolta i battiti del suo cuore, che stenta a rallentare. È sfinito, nel fisico e nello spirito. Non aveva mai avuto un’esperienza così coinvolgente. Ora giace rilassato, con la bocca impregnata del sapore di ciò che è stato. E intanto un nuovo sentimento gli affiora nel cuore: il senso melanconico di perdita che sempre lo culla quando i legami di carne sono sciolti e lo spirito si ritira. È l’inesprimibile percezione del vuoto che sa di non poter in alcun modo colmare, è al tempo stesso struggimento e nostalgia, come di un luogo visitato e ormai lontano, l’impronta di un sogno ineffabile vivo solo nella memoria. Gli tocca l’anima con dita dolci e amare. È così, come sempre, ma è anche diversa. Diversa da tutte le altre volte in cui ha giaciuto con una donna, le decine di volte in cui ha pagato l’amore illusorio di una prostituta tra le lenzuola unte di un postribolo nei sobborghi di Lum. Non lo circondano il puzzo stantio del bordello, il vociare dei clienti, il fumo, i rumori frettolosi. La fragranza dei campi trasportata dal vento stempera l’aroma pungente dei loro corpi sudati. Ma non è quello a risparmiargli la nausea stordita che ogni volta ha seguito le sue notti di piacere, una sorta di fastidio per quanto compiuto. È il tepore che gli riscalda il cuore a rendere tutto diverso. È lei.
   – Mi sento come… – All’improvviso sente di dover parlare, di dover esprimere la verità che gli balza alla mente. – Come se fosse la prima volta. – La voce gli vacilla, avverte uno strano formicolio al cuore.
   Lei volge gli occhi verso i suoi senza scostare il viso dal petto. Tradisce stupore e imbarazzo.
   – È come se non lo avessi mai fatto, – continua lui, – come se stanotte per me fosse tutto nuovo.
   È sincero, in quel modo spontaneo che a volte, in rari momenti di magica serenità, alle persone capita di essere. Lei lo comprende, glielo legge nello sguardo, e nel rossore pastello delle gote. Gli circonda il collo con le braccia esili e gli bacia il petto. Sta per dire qualcosa, se lo sente. Trattiene il respiro, in attesa.
   – Voglio che tu diventi il padre dei miei figli – sussurra. – Lo voglio più di ogni altra cosa gli dèi possano offrirmi in questo mondo. – I suoi occhi paiono più grandi mentre lo guarda. Gli angoli della bocca si alzano piano incurvandole le labbra in quello che a lui sembra il più tenero dei sorrisi. E con quel sorriso lei s’addormenta.
   Lothar resta sveglio e la rimira. Il viso liscio svela inconsapevole i segni di una grande stanchezza, figlia delle energie fisiche e nervose bruciate. Tuttavia esprime anche immensa serenità, un’emozione quasi sacra. Al buio della stanza, con la candela ormai spenta e fredda, lui potrebbe giurare che la sua pelle emani addirittura un lucore tenue.
   – M’accorgo che t’amo – bisbiglia alla donna sopita. Le labbra di lei si muovono, si lasciano sfuggire un sospiro, quasi l’avesse udito. – M’accorgo che t’amo, ora, più ancora di ieri, quando pensavo incredibile potermene ancora stupire. E allora forse sempre me ne stupirò.
   Chiude gli occhi. Le palpebre si afflosciano pesanti, i muscoli si allentano con un brivido di soddisfazione. In quell’istante tanto speciale, Lothar compie due scoperte. La prima è che si trova nell’unico posto in cui, da quando è nato, ha sempre inconsciamente desiderato essere. L’altra è più amara e gli riverbera nello stomaco come un malessere subdolo. Scopre che esistono momenti nella vita tanto preziosi e coinvolgenti che il loro ricordo provoca dolore già prima che si siano esauriti, che la memoria fa male prima ancora di aver avuto il tempo di tramutarsi in rimpianto.
   La considerazione lo coglie a tradimento, instilla ansia nel suo momento di tranquillità, goccia di fiele in una coppa di latte. Prova a respingerla, dicendosi che c’è sempre la possibilità di tornare a viverli, concretamente, non solo nei luoghi nostalgici della memoria. Riesce a rasserenarsi grazie ai suoi ventun anni e all’invincibile ottimismo che comportano. Si sbaglia, ma non può saperlo. Si sbaglia perché così il Destino ha deciso. Ma soprattutto si sbaglia perché non capisce che la felicità è materia di attimi e che certi attimi sono inestimabili come giaietti in una pietraia. E lui imparerà a vivere in quella pietraia.
   Riapre gli occhi, allarmato dall’improvvisa, folle idea di trovarsi nel letto da solo, prigioniero dei propri sogni.
   Lei è ancora lì: il suo petto si alza e si abbassa al ritmo placido del respiro, la guancia premuta sulla sua pelle nuda.
   – Helena – chiama piano.
   La ama di un amore così intenso che ogni tanto pensarci lo spaventa, poiché sa che potrebbe morire di tanto amore. Stavolta pensa il vero. Si riferisce alla morte fisica, ma esiste una morte più oscura, che è inizio e non fine del dolore, che è strazio continuo, pena che si trascina dietro il corpo, supplizio per lo spirito. La ama e crede di sapere quanto potrebbe soffrire. Eppure il dolore è infame, può sorprenderti ogni giorno svelandoti nuovi abissi e nuove afflizioni. La ama e per un attimo si rende conto che potrebbe giungere persino a odiare per lei…
   La ama, la ama…

   Così si addormenta".



giovedì 9 febbraio 2017

Lothar e l'Estraneo (di nuovo) in cartaceo

Ho ripetuto spesso come, per una serie di ragioni, avessi concepito il progetto di (ri)pubblicazione della "Trilogia di Lothar Basler" e della successiva "Trilogia dell'Estraneo" in via esclusivamente digitale. Malgrado questo, le numerose richieste pervenutemi in questi mesi di avere disponibili i romanzi anche in versione cartacea mi ha convinto a tornare in parte sui miei passi.

Annuncio allora che da qualche giorno i volumi di entrambe le saghe sono acquistabili su Amazon anche nel tradizionale paperback a copertina flessibile.

Per Lothar questo è un ritorno alle origini, compimento a questo punto naturale del suo percorso di andata e ritorno attraverso il mondo editoriale. Per l'Estraneo è una sorta di nuovo esordio, che riguarderà "Il Richiamo del Crepuscolo" ma ovviamente anche i due volumi successivi.

Quale che sia la vostra scelta, su carta o su ebook, non mi resta quindi che augurarvi buona lettura!


mercoledì 25 gennaio 2017

La Necessità di un'Editoria di Qualità

Spesso mi rendo conto di quanta distanza ci sia nella percezione del mondo editoriale tra chi lo osserva dall'esterno e chi invece è addentrato nei suoi scenari. Questo intervento fa luce su molti aspetti interessanti: dai numeri di chi legge in Italia, di chi invece scrive, fino alle tematiche di self-publishing e distribuzione, aiutando a capire in maniera inequivocabile quanto sia difficile proporre opere di qualità garantendosi un (almeno minimo) ritorno di investimento.

 

giovedì 19 gennaio 2017

In viaggio...

Dodici mesi fa, con la riedizione Delos de "La Lama del Dolore", riproponevo in nuova veste la "Trilogia di Lothar Basler", preannunciando al contempo l'esordio in autunno de "La Trilogia dell'Estraneo" tramite la pubblicazione de "Il Richiamo del Crepuscolo".

Un anno esatto, che ha rappresentato per il sottoscritto la ripresa di un cammino mai del tutto interrotto, ma di certo rallentato per motivi di cui mi è capitato di accennare. L'emozione derivata dal macinare sotto ai piedi un nuovo tratto del sentiero è stata quella di un nuovo inizio, la soddisfazione molto simile a quanto provato con la mia prima pubblicazione ormai quasi un decennio fa. L'entusiasmo raccolto dai lettori (vecchi e nuovi) ha scaldato le ossa al viaggiatore, in misura anche maggiore di quanto mi fossi aspettato. Ecco, ce ne erano tanti che mi chiedevano di ripartire, ma il calore ricevuto è stato superiore alle aspettative.

E di questo vi ringrazio, ciascuno di voi, le facce note e sconosciute, quelle che magari prima o poi incontrerò, quelle che resteranno avvolte nella nebbia eppure sempre presenti all'altro capo del filo magico che unisce chi scrive una storia e chi l'accoglie.

E ora?

Il 2017 è cominciato, i giorni si susseguono rapidi. Il sentiero è stato ripreso e le gambe ormai sgranchite hanno voglia di continuare a percorrerlo, per andare a scoprire cosa si nasconde oltre la prossima radura. Novità ce ne saranno, qualcosa riguarderà probabilmente quanto già uscito, qualcos'altro sicuramente il prosieguo della "La Trilogia dell'Estraneo".

E poi?

E poi esistono progetti che vanno oltre e che auspico possano presto affacciarsi anch'essi sul sentiero.

Il resto sono io che cammino e mi godo il sole e la pioggia, il vento e la nebbia, tutto ciò insomma che il viaggio saprà offrirmi. Quel che vorrò e saprò raccontare lo trasferirò a mio modo sulle mie pagine.

Nel caso qualcuno da qualche parte avesse ancora voglia di leggere le mie storie.