Negli anni di interviste ne ho fatte a decine, tra radio, TV, fiere, riviste, web... ma una che coinvolgesse direttamente un paio dei miei personaggi, al posto del sottoscritto, proprio no!
Mutio e Thorval ospiti di Altea Alaryssa Gardini e delle sue domande molto poco discrete... ;)
martedì 23 maggio 2017
venerdì 5 maggio 2017
Meet the Characters - L'Estraneo
Puntata speciale per la carrellata di personaggi de "Il Richiamo del Crepuscolo", dedicata a colui (colei? costui? costei?) cui tocca onore ed onere di conferire il titolo all'intera saga...
L'Estraneo, per l'appunto.
.....
L'Estraneo, per l'appunto.
.....
Come un’ombra
scivolata oltre la coda dell’occhio distratto, egli vaga.
Per le contrade degli uomini, lungo le vie
segrete sepolte sotto la pelle di campagne e città. Viaggia attraverso la
ragnatela occulta intessuta nell’epidermide delle carrarecce che solcano
colline, selve e pianori, inseguendo il corso delle rotte recondite nel
labirinto di vicoli angusti dei borghi affollati. La notte, perlopiù, quando la
tenebra è alleata del passo discreto; talvolta di giorno, là dove l’ala
dell’ombra si spiega di nascosto al sole di primavera.
Nessuno di coloro che incrocia lo rende
mai oggetto d’una occhiata consapevole. Lo sbirciano per il tempo d’un battito
di ciglia. Tutto ciò che resta loro è l’alone torbido di un brano di memoria,
il riflesso cupo di quell’ombra scorta ma non del tutto registrata; un sussulto
inatteso, un disagio fosco. Molti lo sognano la notte successiva, eppure quando
si destano sudati non riescono a definire lo spettro onirico evocato dal
ricordo fugace. Vi riflettono in preda all’ansia, ma presto la reminiscenza
sfuma e la mente non è più capace di ricordare l’oggetto di tanto turbamento.
Talora, di rado, si ferma a parlare, chiedere, interrogare. Riceve risposte
borbottate, parole nolenti di chi ha fretta di allontanarsi prima di dovere
ammettere l’inquietudine che gli monta nel petto. Avvolto dai miasmi untuosi
delle taverne appartate, o nel buio serale dei crocicchi isolati di campagna,
adesca il passante occasionale e ne ottiene lo scampolo d’informazione di cui
abbisogna; poco dopo è già svanito, e il ricordo è l’impronta indefinita d’un
brivido sulla pelle.
Vaga, e non sempre il cammino è deciso. Ci
sono frangenti in cui la ragione pare offuscata dallo stesso inchiostro fluido
della tenebra di cui s’ammanta. Barlumi d’oscurità che sbocciano nella mente,
eclissi d’intelletto che lo costringono a indugiare il passo, a nicchiare,
rallentare.
Finché l’inchiostro si riassorbe ed egli
riprende a vagare.
Fiuta la scia dei cacciatori che lo
inseguono e quella più acre della paura che pretendono di ignorare. Lo temono,
giacché sanno che non esiste preda e predatore, bensì una pavana complessa in
cui i ruoli mutano a ogni ciclo della marea. Altri a venire saranno invitati
alla danza, altri attori sul palco a mescolarsi di posto e costume. C’è chi già
sogna l’odore appassito del suo strascico di tenebra. Sente l’aroma conturbante
di chi c’è e di chi ci sarà.
Ancor più, tuttavia, sente il richiamo
sinistro del sole che preme per tramontare sul mondo.
giovedì 20 aprile 2017
Meet the Characters - Uldrich
Nuova puntata di presentazione dei personaggi chiamati sul palco del "Richiamo del Crepuscolo", e stavolta è il turno di qualcuno che eviterei se non strettamente necessario di prendere di petto (o, peggio, alle spalle)...
Uldrich Zimmerman.
Semplicemente noto in ambienti poco raccomandabili come il Rosso.
PS: il disegno è uno degli schizzi privi di pretese elaborato a suo tempo per fissare qualche tratto somatico del personaggio, abbozzato su carta qualsiasi e stropicciata. ;)
.....
Olaf sorrise distratto alla cameriera che gli porgeva la scodella di uova sode e formaggio e il calice di vin cotto che aveva ordinato. Quella parve risentita del disinteresse che mostrò per la scollatura discinta che si era chinata per mettere in evidenza. Raggranellò i ducati d’argento del conto e s’allontanò sculettando indispettita. Olaf non le diede peso; era là per altro che sbattersi le puttane che servivano ai tavoli.
Olaf
rimase solo con un nuovo groviglio di pensieri. Finì di bere e di mangiare e,
come gli era stato comandato, lasciò in tutta fretta il Pozzo.
Uldrich Zimmerman.
Semplicemente noto in ambienti poco raccomandabili come il Rosso.
PS: il disegno è uno degli schizzi privi di pretese elaborato a suo tempo per fissare qualche tratto somatico del personaggio, abbozzato su carta qualsiasi e stropicciata. ;)
.....
Olaf sorrise distratto alla cameriera che gli porgeva la scodella di uova sode e formaggio e il calice di vin cotto che aveva ordinato. Quella parve risentita del disinteresse che mostrò per la scollatura discinta che si era chinata per mettere in evidenza. Raggranellò i ducati d’argento del conto e s’allontanò sculettando indispettita. Olaf non le diede peso; era là per altro che sbattersi le puttane che servivano ai tavoli.
Il
suo uomo era seduto al bancone. Beveva e parlottava con l’inserviente che
mesceva dalle botti accatastate al muro. Una calca chiassosa era pigiata nello
spazio che li separava. L’odore del sudore era forte, mischiato a quello
dell’alcol e del vomito. In un angolo si giocava ai dadi. Olaf sorseggiò il
vino mentre seguiva le fasi di una partita accanita. Strepiti e bestemmie,
denaro che passava velocemente di mano. Un giocatore che aveva alzato troppo il
gomito perse la puntata e provò ad accusare chi teneva il banco di averlo
ingannato; furono i suoi stessi amici a trascinarlo via, prima che si mettesse
nei guai. Scostò dagli occhi una ciocca dei capelli riccioluti e tornò a
sorvegliare il bancone.
Il
suo uomo era sparito.
Olaf
sbatté le palpebre irritate dal fumo. Si era distratto soltanto pochi istanti.
Perlustrò la taverna affollata senza scorgerne traccia. Dove diavolo s’era
ficc…
- Cerchi
qualcuno?
Uldrich
si materializzò come d’incanto dall’angolo cieco della sua visuale. Sorrise
sornione al suo sobbalzo e, prelevata una sedia dal tavolo a fianco, la usò per
accomodarsi di fronte a lui.
- E
tu chi sei? - Olaf recuperò in fretta la calma.
Uldrich
teneva due boccali colmi di birra nella mano destra. Li piazzò in mezzo al
tavolo, scostando il calice già presente. - Qui dentro il vinello cotto lo
bevono solo quelli che schifano le donne. Siccome il tuo grugno mi pare virile,
ho pensato fosse meglio portarti qualcosa di più appropriato. - Parlava in tono
pacato e confidenziale. - Kaiser Ale, la Birra del Condottiero. Un po’ dolce,
forse, ma non ero sicuro dei tuoi gusti precisi.
- Chi
t’ha dato il permesso di sederti al mio tavolo? - ringhiò Olaf.
- Detto
da uno che mi sta alle calcagna da mezzo pomeriggio, non suona molto corretto.
- Che
cazzate vai dicendo? - Olaf fece scivolare una mano sotto al tavolo; le dita si
strinsero sul pugnale alla cintura.
Uldrich
puntò i gomiti sul tavolo per sporgersi di un palmo. - Ho passato anni della mia
vita ad annusare la puzza delle ascelle di quelli che provavano a ficcarmi il
naso negli affari. Non importa quanto bene si nascondano, se impari a
percepirne il fetore sono fregati lo stesso. - Conservava sempre il sorriso
bonario ma subito sopra gli occhi scintillavano di malizia. - Adesso bevi quella
birra e smetti di recitare la farsa della verginella. - Ingollò un bel sorso di
Kaiser Ale.
Olaf
lo fissò rigido, la mano sul pugnale. - Che vuoi?
Uldrich
mise giù il boccale. - Sai come chiamano questa bettola?
Olaf
aveva visto il disegno di una luna ghignante campeggiare sull’ingresso. La
scritta non aveva saputo decifrarla. Sospettava in ogni caso che l’altro si
riferisse a qualcosa di più della denominazione pubblica.
- Il
Pozzo. - rivelò Uldrich. - Perché è facile che l’avventore occasionale che
non ne conosca bene gli anfratti faccia fatica a risalirne le pareti fino
all’uscita. Ne sono scomparsi a mucchi qui dentro, sai? - Il sorriso affabile si
dischiuse sui denti ingialliti. - Ti ci ho portato apposta, mano nella mano. E
tu mi hai seguito docile.
Olaf
sentì un brivido zampettargli lungo la schiena. Fece saettare gli occhi da un
angolo all’altro della taverna. Se quel bastardo credeva di poterlo
intrappolare tanto facilmente…
- Rilassati,
sono qui per parlarti. - Uldrich sembrò trovare la sua reazione divertente. - Se
avessi voluto incastrarti mi sarebbe bastato grattarmi una basetta senza
scomodarmi dal bancone. Ora stammi a sentire. Guarda verso destra, oltre la mia
spalla, a quel tavolo quadrato. Ma fallo con noncuranza.
Olaf
ubbidì, senza però mollare la presa sul pugnale. Tre uomini attorno a un tavolo
ingombro degli avanzi della cena. Uno sonnecchiava con la testa appoggiata al
muro, presumibilmente sopraffatto dall’alcol. Gli altri due parlottavano di
qualcosa di leggero, a giudicare dalle risatine che si scambiavano. - Cos’è che
devo vedere?
- Quei
tre. Sai chi sono? Sbirri della Polizia privata del principe. - Uldrich sorbì
piano la birra.
Olaf
sbirciò di nuovo. Sembravano in tutto e per tutto degli avventori ordinari. Né
l’abbigliamento, dimesso e conforme al locale, né gli atteggiamenti facevano
sospettare alcunché d’insolito.
- Persino
loro avrebbero difficoltà a lasciare il Pozzo, se lo volessi. Tuttavia hanno le
chiappe assai più protette delle tue, se m’intendi. - Ridacchiò di gusto. - Ma la
cosa divertente, la cosa davvero divertente, è l’identità della persona
di cui stanno spiando i movimenti. - Le labbra carnose di Uldrich si
spalancarono in un sorriso. - Te.
Olaf
s’accigliò in preda allo smarrimento. - Che dici?!
- Abbassa
la voce. - l’espressione mutò all’improvviso in una smorfia aggressiva. - Prendi
invece in mano quel cazzo di boccale e sturati le orecchie.
Olaf
ubbidì con riluttanza. Agguantò il boccale con la sinistra, tenendo la destra
sempre sotto al tavolo.
Uldrich
attese di nuovo sorridente che l’altro trangugiasse il primo sorso, poi
riprese: - Non mi frega un soldo bucato di chi la Polizia pedina o rinchiude in
galera. Quello che invece mi frega è se la loro preda si mette a giocare alla
spia con me e così facendo si tira appresso gli sbirri e me li appiccica al
culo. Capisci?
Olaf
annuì. - Non m’ero accorto di essere seguito.
- Naturale.
Non ti sei neanche accorto di come t’ho portato qui al guinzaglio. Non credevo
che la Polizia avesse il fegato di arrischiarsi a mettere piede nel Pozzo. Lo
scudiscio del padrone deve sferzarli con vigore, di questi tempi.
- Che
vuoi da me?
- Per
prima cosa, che la smetti di starmi addosso. So chi sei e immagino chi ti
manda. Un guerriero saprà pure giostrare con la spada, se non è ancora morto
ammazzato, ma questo non basta mica a renderlo adatto a certe altre mansioni.
Sarai pure furbo, se ti hanno scelto per seguirmi, ma io sono più furbo di te.
Mettitelo bene in testa. Magari avresti la meglio su un campo di battaglia, ma
il fango dei vicoli è sdrucciolevole e le ombre che nascondono mortali. Il tuo
incarico finisce qui, hai fatto il meglio che potevi, considerato che non era
il tuo mestiere. Ultimamente sono stato un po’ in debito di serenità e questo
t’ha facilitato il lavoro, ma la mia mente non è abituata a rimanere poco
lucida per troppo tempo di seguito.
- Perché
non mi fai semplicemente fuori?
- Sarebbe
la scelta più logica, ma non è il caso di alzare troppa polvere con quei tre
che ti puntano gli occhi addosso. Dovresti ringraziarli, tutto sommato. Quello
che adesso devi comprendere è che la partita è chiusa. Hai la Polizia alle
costole, ma è un affare che dovrai sbrigarti da solo. Considera il fatto che te
lo abbia reso noto come un pegno da parte mia per toglierti dalle palle.
Per
la prima volta da quando Uldrich s’era seduto al suo tavolo, Olaf si concesse
un sorriso rilassato: - Un gesto magnanimo da parte tua.
- Forse
non cogli neppure quanto. - sussurrò Uldrich serio. - Senti dunque cosa faremo.
Terminerai di bere la birra che t’ho offerto e ripulirai il piatto dalle
pietanze. Poi ti alzerai dalla sedia e ti dirigerai indifferente verso
l’uscita, barcollando il giusto per aver tracannato una pinta di Kaiser Ale.
Una volta fuori, allontanati prima che puoi dal quartiere. Non è zona da girare
la notte, questa.
- E
tu?
- Io
da questo momento in poi non devo neppure più transitare per caso nel cervello
che ti separa le orecchie. E, - Uldrich socchiuse gli occhi mentre si alzava in
piedi, - un ultimo consiglio: occhio alla Polizia, si stufano presto di
limitarsi a osservare.
venerdì 7 aprile 2017
"Il Richiamo del Crepuscolo" finalista al Premio Italia
Quale modo migliore di iniziare il venerdì, che scoprire che "Il Richiamo del Crepuscolo" è finalista per il 'Premio Italia 2017', nella categoria 'Romanzi Fantasy Italiani'?
Vada come vada, la soddisfazione è in tasca, e il mio ringraziamento più sincero è rivolto a chi lo ha votato e a chi, da lunedì, sceglierà di votarlo ancora. :)
Vada come vada, la soddisfazione è in tasca, e il mio ringraziamento più sincero è rivolto a chi lo ha votato e a chi, da lunedì, sceglierà di votarlo ancora. :)
mercoledì 29 marzo 2017
Al volgere del vento, dalla cenere e dal sangue, la terra resusciterà...
"Si destò
molto lentamente, emergendo dal sonno con incredibile fatica. Si rizzò a sedere
e sbatté le palpebre pesanti. Un brivido di freddo gli corse sulle braccia e
sulla schiena e gli strappò un colpo di tosse. Afferrò i lembi della cappa per
stringerseli al petto. Le orecchie gli ronzavano leggermente, la testa era come
disancorata dalle spalle. Lo stomaco gli pesava e non la smetteva di
trasmettergli sgradevoli ondate di nausea. Contemporaneamente un’insolita fame
lo tormentava: si sentiva come se non mangiasse da una settimana. Deglutì, ma
aveva la bocca secca e la gola irritata dal fumo.
Il fumo.
Chinò gli
occhi sull’erba coperta di brina. La pipa giaceva capovolta tra i ciuffi: gli
era caduta dalla bocca senza che se ne accorgesse, forse un attimo prima che
perdesse coscienza. La afferrò tra l’indice e il pollice. La scosse facendo
precipitare a terra i resti bruciacchiati del tabacco e grattò via con un dito
i rimasugli più ostinati. Infine la ripose nel borsello. Alzò lo sguardo: il
falò ormai spento fumava ancora nell’aria fredda, tre uomini in divisa sonnecchiavano
acciambellati lì vicino, tutti imbacuccati. Non era l’unico a essersi
addormentato senza volerlo, ma non capiva perché Mutio e Raphael se ne fossero
andati senza svegliarlo.
Si tirò in
piedi stentando a trovare l’equilibrio, era ancora indolenzito. Il campo
dormiva avvolto dalle tenebre. Guardò verso levante strizzando gli occhi per
cogliere qualche segno dell’alba ma tutto era buio. Malgrado ciò, percepiva che
il giorno non era lontano. Aveva viaggiato e dormito abbastanza sotto le stelle
per riconoscere la stasi carica di attesa che caratterizza l’ora più buia della
notte, quella che precede il sorgere del sole. Tossì di nuovo, questa volta fu
un colpo secco: la gola gli bruciò come se fosse stata trapassata da mille
schegge. Scrutò con attenzione i confini dell’accampamento alla ricerca delle
sentinelle. Non poté vederle ma immaginò che fossero presenti e vigili. Presto
avrebbero suonato i corni per dare la sveglia alle truppe.
Raccolse da
terra il cappello che gli era scivolato durante il sonno e se lo infilò in uno
dei cinturoni incrociati sul petto. Si coprì la testa con il cappuccio della
cappa e s’incamminò verso la tenda. Ancor prima di raggiungerla si accorse che
Mutio sedeva solitario una ventina di metri fuori dall’ingresso, il capo e le
spalle sotto la pesante coperta che di solito adoperava come giaciglio. Gli
rivolgeva la schiena e puntava gli occhi a oriente, muto e immobile. Lothar gli
si avvicinò senza fretta soffocando il terzo colpo di tosse. Simone udì i suoi
passi, si voltò e lo guardò con gli occhi per nulla offuscati dal sonno.
– Che fai da
solo fuori dalla tenda? – gli chiese Lothar, e la voce gli uscì roca dalla gola
arsa. – Tra poco suoneranno la sveglia. Sarebbe meglio…
– Sssssh… –
Mutio si mise l’indice sinistro davanti al naso. – Lo senti anche tu?
Lothar
corrugò la fronte. Si accovacciò con il mantello ben stretto intorno al corpo.
Il cuoio vecchio degli stivali scricchiolò sotto le cosce.
– Cosa?
Simone alzò
la testa, chiuse gli occhi e dilatò le narici inspirando profondamente. Una
traccia d’estasi gli affiorò sul volto.
– Il vento,
– mormorò senza guardare, – ha cambiato direzione. Non è più freddo e tagliente
come prima. Comincia a profumare. È arrivata la primavera.
Lothar puntò
lo sguardo verso l’orizzonte buio. Folate blande e intermittenti spazzavano
l’erba ingemmata di brina.
– Io sento
solo l’odore del freddo – disse osservando con la coda dell’occhio l’orlo
sfilacciato del suo cappuccio mosso dal vento. – L’inverno è alle spalle ma la
primavera non può spodestarlo da un giorno all’altro. Ci vorrà del tempo prima
di vedere i fiori sbucare dalla crosta della terra. Se davvero potremo vederli…
Queste contrade mostrano i segni di ferite profonde. Puzzano di morte, non
certo di fiori.
Mutio
respirò una seconda boccata d’aria. Poi riaprì gli occhi e lo fissò.
– Resusciterà
– ribatté con convinzione. – Come dici tu, ci vorrà del tempo. Ma prima o poi,
quando i suoi carnefici saranno cenere buona per concimarla, allora
resusciterà. Credo che la terra abbia la scorza dura. Noi passiamo, ma le
montagne e i fiumi restano. Resusciterà.
– Forse hai
ragione.
– Anche se
piagata dalla guerra, non può non reagire all’arrivo della primavera. Io sento
che l’odore nell’aria sta cambiando.
Lothar e
Mutio si guardarono negli occhi per qualche istante. Poi Lothar gli sedette
vicino. Sapeva, sentiva che l’Alteano aveva qualcos’altro da dire che non
riguardava il cambio di stagione: ricordava la strana distanza della sera
precedente. Attese che si esprimesse, ben sapendo che in quei frangenti ogni
esortazione è inutile. Dopo un paio di minuti Simone si decise a parlare.
– Mio figlio
dovrebbe nascere le prime settimane di primavera – mormorò senza distogliere lo
sguardo dall’orizzonte. – Mi chiedo se i suoi occhi si siano già aperti. E, se
sì, dove si trovino ora lui ed Helena.
Lothar
ascoltò senza intervenire. Simone stava tastando con cautela il proprio dolore,
lui sarebbe stato testimone della sua intima sofferenza, l’avrebbe aiutato a
sentirne il gusto agro. L’abitudine a soffrire non lenisce la pena, ma la
consapevolezza del proprio dolore è un dono indispensabile, benché sgradito,
per poterci convivere.
– Sai quale
sarà il suo nome? Quale sarà oppure qual è, se è già venuto al mondo?
Quella
precisazione fece sorgere una ruga di amarezza sulla fronte di Mutio.
– Se sarà
una bambina, Eva. Lo ha scelto Helena. Ma se nascerà maschio, – il suo tono si
addolcì e si arricchì di una nota d’orgoglio, – si chiamerà Mikael. E questa è
una scelta mia.
– Mikael non
è un nome Alteano – constatò Lothar stupito.
– No, certo
che no. Ma mio figlio non nascerà in Altea. Mikael è un nome che mi è sempre
piaciuto. Quando vivevo ad Amor e conoscevo tanti pellegrini che venivano dai
Principati oltre la Cordigliera, i loro nomi mi suonavano esotici, alcuni li
trovavo addirittura bislacchi. Nomi che ancora adesso fatico a pronunciare. Ma
Mikael mi è sempre piaciuto. Mio figlio nascerà nel Principato di Lum. Se sarà
maschio si chiamerà Mikael, se sarà femmina Eva. Alle volte non è facile vivere
da forestiero, in una terra che non è la tua. Anche quando non si è davvero
forestieri. Capisci cosa intendo? Mio figlio nascerà nei Principati, con un
nome adeguato. Non mi piace l’idea di saperlo trattato con diffidenza e
intolleranza dai suoi compaesani per colpa di un nome straniero.
– Capisco
cosa vuoi dire. La gente sa essere razzista e sospettosa. Noi stessi a volte ci
comportiamo così, senza rendercene conto. O forse, in fondo al cuore, sì.
Mutio
incassò la testa tra le spalle e tirò le mani fuori dalla coperta. Lothar vide
che teneva stretto tra le dita un fazzoletto. Simone lo svolse su un ginocchio.
Sul tessuto, liso e ingiallito, era ricamato un disegno ben riconoscibile
nonostante un paio di buchi e molte macchie: era un boccale da birra dal quale
spuntavano dei dadi e quattro carte da gioco aperte a ventaglio.
– Lo stemma
del Boccale del Gioco – disse Lothar.
– Il Boccale
del Gioco. – Mutio pronunciò adagio il nome del suo locale. – Sono passati
quasi quattro mesi da quando ho detto addio a Helena, a Holser. Quattro mesi.
Mi domando ogni giorno dove sia. Al monastero di Fenice, mi rispondo. I
sacerdoti l’assistono nella preparazione al parto oppure si congratulano con
lei per lo splendido bimbo che ha messo alla luce. Probabilmente. Ma come posso
esserne sicuro? Posso attraversare l’oceano a piedi per andare a sincerarmene,
per fugare le mie ansie? Serbo come una reliquia il pensiero di lei e di nostro
figlio, lo custodisco nel profondo del cuore. Ma è un pensiero che alle volte
mi strugge. – Si portò una mano al viso. Osservò per alcuni istanti le rughe
che gli solcavano il palmo. Poi, con un gesto lento e sofferto, sollevò la mano
e se la passò sui capelli. La chioma castana gli ricadeva sulle spalle tutta
arruffata. – Ho promesso a mia moglie che sarei tornato per farmi fare una
nuova treccia da lei. I capelli sono ricresciuti. Forse troppo in fretta.
– È quindi
giunto il momento dei rimpianti? – chiese Lothar.
– No – rispose
Mutio scuotendo la testa. – No. C’è qualcosa in fondo alla mia coscienza che
continua a ripetermi che ho compiuto la scelta giusta. È stata ed è ancora una
scelta molto dolorosa, lo sarà sempre. Ma non tutte le scelte giuste sono
piacevoli. Qualcosa mi dice che è così. Forse è la voce del Destino. Il fato mi
ha voluto qui, al tuo fianco.
Lothar
tacque. Rifletté sulle ultime parole.
Il Destino, pensò.
– Torneremo?
– domandò Mutio bruscamente.
– Non posso
saperlo.
– Tu credi
che torneremo?
– Forse lo
chiedi alla persona sbagliata. Forse dovresti chiedere a Mighal di interrogare
il suo diletto Destino.
Mutio fece
un sorriso rilassato.
– Ho idea
che la cosa non funzioni proprio così.
– Anche io –
aggiunse Lothar sorridendo a sua volta."
martedì 14 marzo 2017
"Il Richiamo del Crepuscolo" in nomination per il Premio Italia
Mi hanno segnalato con piacere che "Il Richiamo del Crepuscolo" è tra le nomination proposte da Delos per l'edizione 2017 del 'Premio Italia', categoria 'Romanzo Fantasy'.
Ringrazio in anticipo chi, tra gli aventi diritto al voto, deciderà di riservare la propria preferenza al mio romanzo. :)
Ringrazio in anticipo chi, tra gli aventi diritto al voto, deciderà di riservare la propria preferenza al mio romanzo. :)
mercoledì 8 marzo 2017
Meet the Characters - Rollo
Riprendo dopo qualche settimana la carrellata di presentazione dei nuovi personaggi protagonisti de "Il Richiamo del Crepuscolo", accompagnata da qualche disegno ritrovato nei cassetti.
Siore e siori, ecco a voi il nano Holfgar Bjork'lund. Sapiente, artigiano e tecnologo.
Meglio noto come Rollo.
.....
Siore e siori, ecco a voi il nano Holfgar Bjork'lund. Sapiente, artigiano e tecnologo.
Meglio noto come Rollo.
.....
Le dita di Rollo, tozze e callose quanto quelle di qualsiasi artigiano nano, strofinavano con incredibile levità il panno sul calcio di legno e sulla canna plumbea della pistola. Ne aveva smontato i componenti con cura amorevole, l’aveva puliti e lubrificati. Adesso lucidava la superficie della pistola riassemblata; un’arma gemella, del tutto identica a quella che teneva in mano, era posata su un quadrato di lino ripiegato sullo scrittoio a cui era seduto.
–
Giuro di essere integro, nella carne e nello spirito, che il tocco del male non
corrompe l’esistenza che con modestia offro al volere di Dio.
La voce profonda di Eusebio spinse Rollo a
distrarre lo sguardo dal proprio lavoro. Aveva appena pronunciato il Giuramento
di Integrità, preludio all’investitura. Stava ritto in mezzo alla stanza,
completamente nudo a eccezione del ciondolo di legno, il corpo muscoloso
segnato da una ragnatela di cicatrici assortite. Come un marchio da bestiame,
un rozzo tatuaggio di tre lettere grezzamente vergate spiccava sulla sua spalla
sinistra: EVX. Forse era solo un’impressione inquinata dal bagliore fluttuante
dei lumi, ma il nano avrebbe giurato di riconoscere una punta di commozione
nella maschera concentrata di Eusebio.
–
Prostrati dunque dinanzi a me, – la voce di Sebastian Arelano, un fruscio di
foglie palpate dal vento, – che qui incarno il cospetto di Dio Onnipotente.
Il Rito di Umiltà, rifletté Rollo
mentre Eusebio si genufletteva a capo chino. Il vecchio inquisitore immerse i
polpastrelli in una ciotola colma di cenere e disegnò una croce a otto punte
sulla sommità della sua testa. Rollo aveva assistito già un paio di volte a
quel cerimoniale, quantunque le cappelle solenni che l’avevano ospitato
avessero poco a che spartire con quell’alloggio profano. Aveva sentito dire che
la cenere consacrata era trattata con unguenti che la rendevano terribilmente
urticante. Eusebio dal canto suo accettò impassibile che fosse cosparsa sulla
propria scarna chioma. L’inquisitore salmodiò qualcosa tra sé.
–
Come cenere anonima, tu ti porrai di fronte a Lui. – recitò aumentando di poco
il volume. – Umile recipiente della Sua Volontà sarà il tuo spirito, sino a che
non lo renderai alla Dimora Celeste.
Sebastian Arelano lo prese per le spalle e
lo invitò ad alzarsi. Eusebio obbedì docile, sempre con gli occhi bassi sui
piedi scalzi. Si fece condurre a una tinozza d’acqua, rimpiazzo improvvisato
dei lavacri di marmo comunemente usati. Là si immerse fino alle ginocchia. Per
otto volte l’inquisitore gli asperse il viso con l’acqua gelida. Recitò in un
bisbiglio inintelligibile i versi della Litania del Mondamento, a corredo del
Rito di Purificazione.
Eusebio uscì gocciolante dalla tinozza.
S’inginocchiò di nuovo e l’inquisitore gli asciugò la parte superiore del corpo
con un panno pulito. Svitò il contenitore metallico dell’olio sacro e gli segnò
il petto e le spalle robuste con l’icona della croce. L’ultimo passaggio lo
riservò alla fronte spaziosa, ancora madida di goccioline.
–
Dalla cenere della sottomissione e dall’abluzione della purificazione, io ti
marchio con il crisma della rinascita. Germina così a nuova vita la tua anima,
nella luce del Dio Padre.
Eusebio partecipò al Rito della
Resurrezione pronunciando con voce ferma gli otto precetti fondamentali della
dottrina di Caeres.
Il cerimoniale volgeva al termine. Rollo
tornò a dedicarsi ai suoi adorati strumenti. Impugnò entrambe le pistole.
Bered Han Zhûl, pensò esaminandone
il calcio finemente intagliato, i Piccoli Lampi Neri.
Il loro progetto risaliva ai tempi in
cui studiava all’Accademia Imperiale degli Ingegneri di Sudhen. Lo aveva concepito
tra i suoi laboratori; lo aveva sviluppato e vezzeggiato nelle stagioni
entusiaste della giovinezza. Aveva dovuto tuttavia attendere anni prima di
realizzarne l’idea. Le Bered Han Zhûl, così come il magnifico Amok Dhûl, erano
state forgiate nelle fucine di Rhon, ai tempi in cui ancora esisteva la
Repubblica, prima che l’Impero di Caeres tornasse ad annetterla con l’aiuto
delle legioni straniere.
–
Pronuncia ora il Giuramento della Vita e della Morte. – comandava nel frattempo
Sebastian Arelano.
– Io,
Eusebio, giuro al cospetto del Dio Padre e mio Unico Signore, come servo del
Suo arbitrio, di consacrare la mia vita al Suo nome, di professare senza
menzogna il Suo verbo, di combattere con audacia le Sue battaglie, – si
schiacciò un pugno sul petto, – fino a che questo cuore cessi di battere, e
oltre ancora.
– E
io testimonio in Sua vece la fede nelle tue parole. – declamò il vecchio
inquisitore. – Alzati fratello Eusebio e ricevi il simbolo che da oggi ti
compete. – Gli sfilò la croce lignea dal collo taurino e la sostituì con una
copia di metallo. – La tua iniziazione è conclusa. Sei ufficialmente un soldato
di Dio, ora. Raccogli le tue armi, ci prepariamo ad andare in battaglia.
Rollo fece scattare i grilletti delle
pistole scariche. – Così sia. – mormorò tra sé.
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