venerdì 13 luglio 2018

La Vedova Nera

"Venne annunciata dal flauto fantasma, come i non-morti nella Conca degli Spiriti. Fedele alla promessa, venne al sorgere della luna, ruota incompiuta confitta nel cielo. Dodici cavalieri in armatura completa e tunica viola le fecero da scorta. Il tredicesimo era Caleb, l’araldo ragazzino. Scandì con il flauto la pigra avanzata del corteo. Quando si trovarono a poche decine di metri dalla Porta del Sale, i cavalieri serrarono una fila irta di lance alle spalle del loro condottiero. Uno di loro consegnò il vessillo col serpente bicefalo nelle mani di Caleb che aveva smesso di suonare. L'araldo si accostò un passo indietro alla sua signora.

La Vedova Nera, comandante della compagnia di ventura un tempo conosciuta come i Giannizzeri di Capo Gorgone, prima della venuta del Crepuscolo che l’aveva vincolata, nome e anima, all’Anarca Borea. Vestiva un’armatura di lucide scaglie nere che le aderiva al corpo come la pelle di un serpente, drappeggiata da un ampio mantello d’un viola cupo. La corazza rimarcava la forma snella delle braccia e delle gambe, si combinava ai lembi della maglia metallica sottostante, anch’essa nera. Il suo corpetto sagomato recava intarsiata in argento l’anfisbena nella sua posa inanellata. Scaglie nere, acciaio nero, cuoio nero dei guanti lunghi sino al gomito e degli alti stivali. Nero era anche l’elmo che le proteggeva la parte superiore del viso: una maschera di metallo lucido dotata di fessure oblique per gli occhi e di una cresta di lame sottilissime e affilate. Fedele al suo nome, la Vedova Nera pareva assorbire l’anima della notte per tramutarsi in ombra fitta tra le sue spire. Una sola eccezione spiccava in lei: la porzione inferiore del viso, lasciata nuda dall’elmo. Aveva la pelle candida e levigata di una scultura d’avorio, o forse la carne esangue di un cadavere.

La Vedova aveva chiesto di conferire con l'Estraneo al calare delle tenebre. Il misterioso condottiero che ordiva l’assedio senza comparire mai negli assalti ai bastioni. Egli ne aveva intuito sin da allora la ragione; quella che si trovava a contemplare adesso non era altro che la conferma dei suoi sospetti. Quella laggiù non era una donna mortale: era un Nosferatu.

- L’Estraneo pastore di Sacrificati. - la voce della Vedova parve poco più di un sussurro, eppure giunse nitida alle orecchie di tutti coloro che assistevano al confronto. - Infine sei riuscito a sottrarmi il fanciullo, quando ormai ero pronta ad accoglierlo fra le mie braccia. - Emise un sospiro breve, che per un lungo istante rimase sospeso nella notte. - Malgrado tutto, sono compiaciuta d’incontrarti. La leggenda incarnata…

- Cosa vuoi? - Il suo tono fu di contro sferzante. - Risparmia i convenevoli e dì quanto hai da dire.

- Le tue maniere aspre sono fuori luogo. - le labbra carnose di lei s’incurvarono sotto il ciglio dell’elmo. - Non ti ho affatto insultato.

Egli sentì il disagio che si propagava negli uomini attorno a sé. Tintinnare di corazze e armi, mentre si agitavano sul posto. Era la voce della donna a produrre quell’effetto. Un sussurro solo all’apparenza soffice, il belletto di una malia velenosa capace d’insinuarsi sotto la pelle di chi l’udiva. - Guidi l’esercito che ci assedia. - ribatté gelido. - Smonta le tue tende e vattene, se vuoi ricevere maggiore cortesia. Altrimenti resta e combatti. - Sputò oltre il parapetto. - Cagna demonica.

Le spalle della Vedova Nera sussultarono sotto la corazza lucida. - Cos’è quella che sento nelle tue parole, Estraneo? Incertezza? - Egli assottigliò occhi e labbra. La voce melliflua del vampiro sembrò carezzargli la pelle. Qualcosa reagì dentro di lui. Un brulichio subdolo, dietro la fronte. - Forse che l’Oracolo non ti ha parlato di me? - proseguì lei. - E’ questo che ti fa esitare? L’assenza d’ogni menzione fra le strofe della sua canzone?

- L’Oracolo ha trascurato un’infinità di particolari, - le sue labbra di s’arricciarono maligne, - insignificanti.

La Vedova fece avanzare un poco la sua cavalcatura, un purosangue dal manto nero come l’inchiostro, snello e ricoperto da una gualdrappa scura. Un destriero non più ordinario della donna che portava in arcione, pensò lui, non più normale probabilmente dei cavalieri che la accompagnavano. Gli animali mal tolleravano la vicinanza dei morti risorti. La Vedova era uno di loro e i suoi soldati, come minimo, erano impestati dalla lebbra del Crepuscolo.

- Immaginavo che saresti venuto a Genes a prenderti l’ultimo Sacrificato.

- Saperlo non ti è bastato a impedirmelo.

Stavolta le sue spalle si strinsero. - Un inconveniente relativo. Ti è mai venuto in mente ch’io possa essere soddisfatta, in conclusione, di avervi tutti concentrati, lo Shûn e i Sacrificati, tra le mura di una città accerchiata dal mio esercito? - Sorrise di nuovo, stavolta mettendo in mostra il profilo ricurvo dei canini. - Nelle mie mani.

Il formicolio del sigillo s’acuiva a ogni sillaba che lei pronunciava. Egli non tradì alcuna emozione. - Quando sono sbarcato in Altea, ho sentito parlare della tua compagnia d’arme. Una brigata decennale, decorata dalle cicatrici di molte battaglie, combattute per conto di chiunque ne avesse comprato la fedeltà. Pensavo fosse un uomo a comandarla. Le uniche donne che i mercenari sono soliti portarsi dietro sono le loro puttane.

La Vedova Nera non sembrò risentirsi dell’insulto; ridacchiò anzi divertita. - Le loro puttane o le loro donne. Che poi spesso sono la stessa cosa, convengo. Non il mio caso, tuttavia. Io sono entrata nei Giannizzeri con la spada in pugno, mi sono guadagnata la mia paga insieme a tutti gli altri. Ho condiviso il letto del Macellaio di Boudan, certo, colui che l’ha guidata per tre lustri a combattere per la penisola e oltre, sulle sponde straniere del Mare Azzurro. In quel letto in seguito è morto, allorché il momento di scegliere è venuto ed egli ha esitato. - Implicò con un sogghigno i retroscena della vicenda, le analogie crudeli con il suo nome. - Quando l’Anarca chiama, nessuna titubanza è perdonata.

- Hai ereditato la tradizione dei Giannizzeri, - le parole dell'Estraneo riecheggiavano nella notte, quasi le tenebre si fossero fatte pietra capace di restituirne il suono, - e la loro superbia. Forse il tuo Macellaio ha compreso l’ineluttabile condanna offerta dall’Anarca. Avresti dovuto ascoltarlo, invece di tradirlo. Saresti ancora la sua puttana, e avresti avuto salva la tua anima.

Stavolta la risata della Vedova risuonò chioccia e mordace. - Ero una mercenaria destinata a morire nel sangue di una battaglia. Stuprata e seviziata dal nemico che un giorno, prima o dopo, m’avrebbe sconfitto. Ora marcio alla conquista di città. Ora sono potente, ora sono immortale.

- Tu e la tua compagnia, - egli comprese i cavalieri schierati con un gesto del braccio, - stavolta avete pagato un prezzo di gran lunga superiore a quello che v’illudete d’incassare. Borea vi ha condannato per pochi spiccioli, e molto presto ve ne renderete conto.

- L’Anarca m’ha elevato al rango sommo dei suoi seguaci. - sibilò lei con un sorriso feroce. - E i miei uomini conducono l’avanguardia delle sue legioni.

- Il Bacio di Tenebra è una condanna, non una ricompensa. - Per un attimo egli si domandò se fosse compassione quella che provava per quei soldati ai piedi del portale. No, si rese conto, era solo disprezzo. Avevano compiuto la loro libera scelta e di quella, volenti o nolenti, si sarebbero assunti le conseguenze. - Cosa sei venuta a fare qui? A raccontarmi la tua inutile storia?

Gli occhi acuti dell'Estraneo intuirono lo sguardo della donna che ammiccava tra le fessure dell’elmo. - Avevo intenzione di trattare la resa della vostra misera città.

- A quali condizioni?

Lei scosse piano la testa. - Nessuna. - Egli sentì i mormorii alterati dei soldati sui bastioni. Il comandante Thiele biascicò un insulto e una minaccia all’indirizzo del nemico che li irrideva. - Potrei concedervi di abbandonare le case, di ritirarvi verso le montagne. Le valicheremo comunque presto, anticipati dal Crepuscolo che già diffonde fra i valichi. - Sorrise beffarda. - Non ho alcun bisogno d’ingannarvi, anche se ammetto che sarebbe divertente vedervi scappare come una sciame di topi.

- E allora? La resa incondizionata non è un’alternativa, e tu lo sai. Cosa sei venuta davvero a fare?

- A conoscerti, - scandì languida, inarcandosi lievemente sulla sella, - sono venuta a conoscerti. Presto le mura cadranno e noi verremo dentro a prendere anche voi. I Sacrificati annunciati dall’Oracolo e tu, lo Shûn incaricato dell’ingrato compito di guidarli alla mattanza.

Il formicolio del sigillo lo costrinse  a inghiottire una smorfia. - Credi veramente che io possa avere paura di te? - le domandò con freddezza. - Come puoi illuderti che un semplice luogotenente fresco del marchio della dannazione possa spaventare lo Shûn?

La Vedova Nera diede un colpo di sprone e fece avvicinare la cavalcatura fin sotto le mura. A quella distanza, sarebbe stato semplice sommergerla di frecce. Tutti però assistevano come stregati alla spavalderia del comandante nemico che non si preoccupava di giungere a sfidarli tanto da vicino. Nell'attimo in cui si fermò, un sorriso malizioso sorse sulle sue labbra livide. - Sei certo, proprio certo, in fondo al tuo cuore, di essere ancora in grado di attingere, tu spettro oscuro, all'anima necessaria a sconfiggere il tuo avversario? Quale combustibile hai da offrire tu, che sei diventato l’Estraneo fra i mondi? - Si sfiorò la fronte con le dita guantate, con deliberata eloquenza.

Per un attimo, egli non ebbe fiato per replicare. Peggio ancora, si accorse dell’effetto deleterio che le provocazioni instillavano nello spirito di quelli che osservavano. La Vedova Nera lo pungolava dalla sua posizione di chiaro vantaggio, ed aveva tutte le ragioni per farlo. D’improvviso, si riebbe e comprese quale era l’unica strada da percorrere. Se l’intenzione di lei era svilirlo sotto gli occhi dei due schieramenti, lui le avrebbe ritorto la mossa attorno alla gola.

Mise un piede sul parapetto e si sollevò fra i merli mutilati della Porta del Sale. Il vento gonfiò il mantello nero sulle sue spalle. - Se in me non c'è altro che uno spettro oscuro, inadeguato a fronteggiare persino il più acerbo dei sudditi del nemico, risparmiati la fatica di venirmi a cercare tra le strade della città quando le mura saranno cadute. Preparati a combattere dinanzi a questo portale. Io verrò fuori pronto alla sfida. Nessun bastione, nessun reggimento. Solo io e te, le nostre sorti in un’unica battaglia.

Gli parve che la Vedova sgranasse gli occhi dietro l’elmo, colta alla sprovvista dalla proposta. Di colpo, si trovava a poter scegliere di giocarsi la scommessa più ardita. Tutto o niente, la testa del principale di tutti i nemici contro la propria. La sua eventuale caduta forse non avrebbe arrestato l’assedio, ma avrebbe mozzato il capo agli assedianti, concedendo ai difensori una possibilità concreta di sopravvivere. Lei sapeva di avere molto da perdere. Teneva Genes in pugno, non mentiva nell’annunciarne la prossima capitolazione. Ma egli l’aveva sfidata di fronte ai suoi uomini, l’aveva invitata a mostrare coraggio nell’azzardo più audace. Provava a far leva sul suo orgoglio marziale e, soprattutto, sulla sua ambizione. Una donna pronta a rinnegare il proprio uomo e ad accettare il Bacio di Tenebra doveva esserne divorata fino al midollo. C’era solo da sperare che bastasse a soverchiare il suo senso della prudenza…

La Vedova Nera gettò il capo all’indietro e affidò alla notte la sua risata colma di spregio ed esaltazione. La cresta dell’elmo catturò il riflesso della luna, le lame sembrarono animarsi di vita propria. Quando si raddrizzò, i suoi occhi scintillavano sanguigni dietro la celata. Egli vi lesse appagamento, quasi le avesse offerto il più abbordabile dei premi, non solo il più appetibile. - E sia, Estraneo. - ringhiò famelica. - Gratificherò la tua audacia con la mia presenza. Quando la luna raggiungerà il culmine, vieni giù da quelle mura. Mi troverai pronta al duello. Io e te solamente. Sono d’altronde certa che vorrai concedermi un’arena leale. Al di fuori dalla gittata dei tuoi arcieri, al minimo. Distante a sufficienza dalle mie truppe, per corrispondenza. Porterò con me una piccola guardia allo scopo di tutelare la sfida da ogni raggiro. Sei libero di fare lo stesso, se ci tieni.

Il dubbio si torse viscido nella sua gola. Cos’era l’emozione che trasfigurava il volto cereo della donna? Soddisfazione selvaggia, eccessiva. Pensava davvero di poter tenere testa allo Shûn? L’arroganza la rendeva folle a tal punto? Egli non si fidava. Borea non poteva avere messo le sue armate nelle mani di una squilibrata. E allora? Meditò sui versi criptici dell’Oracolo, su quel che non citavano, su quel che nascondevano. Ripensò all’enigmatica bambina dei sogni, ai suoi capelli luminosi. Il sigillo bruciava sulla sua fronte, tetra avvisaglia di tempesta. Il Presagio di Fuoco palpitava occultato dal sudario del futuro prossimo, pronto a essere rivelato. In quel luogo, fra le mura o attorno ad esse.

- Io e te solamente. - approvò. Nel farlo, raccolse i dubbi in una fascina e li arse al fuoco nero del disprezzo e della risoluzione.

                                                   (da La Stagione delle Ceneri - Trilogia dell'Estraneo (vol.2))

    


sabato 9 giugno 2018

E per la prima voltà sognò la bambina...

"Quella era una delle circostanze in cui il sonno si faceva sentire ed egli in cuor suo ne era lieto. Si appisolò, raccolto nella coperta. E per la prima volta sognò la bambina.

Sola, assediata da un mare di tenebra, il piccolo viso incorniciato da una cascata di capelli chiari. Aveva gli occhi chiusi eppure egli era certo che lei potesse vederlo, attraverso le palpebre e l’oscurità.

Si svegliò con un sussulto. Sopra di lui, la luna quasi piena sfiorata da lembi di nuvole. Intorno, il campo immerso nel silenzio. Gli era sembrato di avere chiuso gli occhi per pochi istanti, ma non era così. Scorse il profilo di quelli che montavano la guardia attorno al fuoco.

Si alzò in piedi, d’un tratto attanagliato dalla tensione. Qualcosa si agitò dentro di lui, smovendo il fondo torbido dell’animo. Il sigillo sulla fronte formicolò, sottoposto a una lieve pressione interiore. Un istante dopo la notte fu percorsa da una melodia fantasma, leggera come un brivido sulla pelle.

Era il suono di un flauto. Una musica tenue, malinconica. Proveniva dalla tenebra addensata oltre il perimetro meridionale del presidio, dove le pendici serravano il valico in una morsa angusta. Scandagliò l’oscurità con gli occhi ridotti a fessure. Il musicante era nascosto là fuori, da qualche parte, senza che lui riuscisse a individuarlo. Il vento spandeva ovunque l’armonia, rendendo difficile localizzarne la sorgente.

- Che succede? - Una voce sollecita dietro di lui. - Sveglio gli altri?

La musica cessò all’improvviso, così com’era cominciata. Un attimo prima il suono del flauto si svolgeva fluido; quello successivo si spegneva nel gemito del vento.

- Che succede?

- Più niente. Se ne sono andati.

- Chi?

Egli ripensò alla bambina dai capelli chiari e si sentì confuso. Non era stato un sogno qualsiasi, quello. Era apparso piuttosto come una visione. Il presagio di Aria si era rivelato, adesso toccava a quello di Fuoco. Lo specchio nudo di riflesso e la voluttuosa sconfitta. Lo spirito lacero in cerca di vendetta. Le parole dell’Oracolo dovevano ancora svelare gran parte del proprio significato. Il sigillo pulsava sulla sua fronte, cupa avvisaglia di tempesta. Le tenebre erano ammutolite, eccezion fatta per il vento. Per quella volta, la notte sarebbe rimasta quieta.

- I servitori del Crepuscolo. Vengono a dirci che sanno del nostro arrivo.

I compagni di guardia si raccolsero attorno a lui, nel cerchio prodotto dal bagliore del fuoco. Egli era cosciente del senso di gelo che in quel momento irradiava, solo in parte stemperato dalla vicinanza della fiamme. Era la proiezione dell’ombra che lo possedeva, emanata attraverso le crepe del sigillo. 

Nonostante ciò, tutti si strinsero a lui, lo Shûn, il baluardo verso il Crepuscolo.

Fuori, nella notte, qualcuno li spiava."

                                                   (da La Stagione delle Ceneri - Trilogia dell'Estraneo (vol.2))




lunedì 30 aprile 2018

Quindi attacchi, e nell'attaccare ti difendi...

- Tieni la mano morbida prima del colpo. - spiegò Eusebio. - Fai conto di stringere un batuffolo di bambagia con uno spillo dentro. Se stringi forte, lo spillo ti si pianta nel palmo. Quando porti il pugno, invece, dimenticatene e serra le dita, altrimenti te le rompi.

Il Rosso aprì e chiuse le mani, cercando di figurarsi la bambagia e lo spillo. Le metafore dell’ex-gladiatore erano tanto semplici da comprendere quanto difficili da mettere in pratica. Alzò la guardia davanti al viso. Trasse un lungo respiro, prima di andare all’attacco.

- Fai attenzione, - Eusebio parò la sequenza di pugni con disarmante scioltezza, - vedo che vieni avanti prima di avere formato il pugno. E’ sbagliato. E’ il pugno che deve trascinarti dietro, non viceversa. E stai attento, - penetrò con una manovra fluida la guardia di Uldrich per afferrarlo alla gola, - alla testa.

Il Rosso venne spinto all’indietro. Quelle lezioni cominciavano a farsi irritanti. Se l’era cavata per anni a darle e a prenderle. Nei bassifondi di Lum, in galera… Sapeva picchiare duro e sapeva picchiare sporco. Invece quel brutto ceffo di chierico lo faceva sentire più indifeso di una damigella. Gli riempiva la testa di nozioni astruse. Pensa a questo, pensa a quello. Doveva pensare a un mucchio di cose, spesso in contrasto con quello che il suo istinto lo spingeva a fare. Ogni volta se ne dimenticava qualcuna. Quando tutto s’incastrava alla perfezione, tuttavia, la validità delle tecniche insegnategli da Eusebio risultava lampante. - Non ti va mai bene niente, prete! - lo accusò.

- Non combatti così male, ma ti fai trasportare dall’impeto. - Eusebio si schiacciò un dito sul naso camuso. - Avevo un istruttore che lo chiamava ‘attaccare col naso’. M’ha insegnato a smetterla a forza di rompermelo.

- Non eri un granché nemmeno prima, scommetto. - lo schernì il Rosso.

Eusebio non raccolse la provocazione. - Devi pensare alla tua testa come a un vaso di coccio. Devi tenerla dietro. Se rompono il vaso, per te è finita. Mi hai capito?

- Ho capito, ho capito… - Il Rosso si asciugò la fronte sudata con l’avambraccio. Il sole batteva torrido sulla piazza. Per quanto si fosse sfilato la giubba e avesse arrotolato le maniche della camicia, in pochi minuti l’addestramento si era tramutato in un bagno di sudore. Eusebio, manco a dirlo, tradiva appena un lieve rossore delle guance e, più accentuato, delle orecchie prominenti. Il Rosso guardò con invidia alla piccola platea raccolta all’ombra del porticato che li circondava. Qualche soldato in raro turno di smonta, cittadini sparuti, un cane. Tutti in cerca di una scusa per distrarsi un poco da quel brutto guaio.

- Riprendiamo. - Eusebio richiamò l’attenzione di Uldrich in tono brusco. - Avvicinati, che voglio mostrarti una cosa. - Il Rosso zoppicò fino al punto indicatogli dal chierico. - Ti trovi a distanza lunga dal tuo avversario, può raggiungerti solo con un calcio. Come ti difendi?

Il Rosso sollevò le spalle. - Provo a schivarlo con un passo indietro. O a pararlo.

- Porta il calcio. - lo invitò Eusebio secco.

Uldrich lo scrutò guardingo. Che altro trucco aveva in serbo? Fece perno sulla gamba sana e menò con quella zoppa: una delle sue mosse sgraziate, che tanti nemici aveva colto di sorpresa. Non Eusebio. Anziché difendersi, lui venne avanti. Il Rosso fece a malapena in tempo a sollevare il ginocchio che l’altro gli era già addosso. Impedì alla gamba di distendersi e mimò una serie di pugni e gomitate alla testa e alla gola. Uldrich incespicò all’indietro, Eusebio lo afferrò per impedirgli di cadere.

- Lo puoi parare, certo. Ma se sei aggressivo lo puoi prevenire. E se lo previeni, sarai sicuro di non essere colpito.

- Non dal calcio, - obiettò il Rosso, - ma magari da un altro colpo. Se mi vieni addosso, rischi di sbattere il grugno contro i miei pugni.

- Le labbra carnose di Eusebio di arricciarono. - Valida osservazione. - concesse. - Infatti vale la lezione di prima: testa indietro. Aggressività non vuol dire caricare alla rinfusa. E’ un modo per mettere l’avversario in difficoltà, persino quando ci si difende.

- Quando ci si difende?  - il Rosso stava perdendo il filo del discorso.

- Già. Pensa sempre alla tua difesa nella prospettiva dell’offesa.

Il Rosso allargò le braccia, esasperato. - Se mi difendo, mi difendo. Abbi pazienza, prete, ma non ti seguo un granché.

- La difesa passiva ha dei limiti, non sempre può essere attuata. Per esempio, a corta distanza. Se il tuo avversario sferra un pugno, cosa fai?

Al Rosso sembrava di camminare in cerchio e tornare sempre sugli stessi passi. Si domandò quanto gli giovasse insistere con quegli insegnamenti. Se era sopravvissuto fino ad allora… - Lo paro? - provò.

- Impossibile. - Eusebio scosse la testa. - Non a corta distanza. Il pugno è più veloce dell’occhio. Hai qualche speranza se quello compie un movimento preliminare, una contrazione che lo tradisce mentre sposta il peso del corpo. Serve molta esperienza per coglierli, comunque. Ed è una soluzione pericolosa: se ti basi sulla vista per reagire, puoi cadere nella trappola delle finte. - Il pugno di Eusebio mirò allo stomaco. Uldrich raccolse le braccia per difendersi. Il gomito del chierico si piegò all’improvviso e lo raggiunse come una randellata al collo scoperto. - Chiaro?

- Chiaro… - biascicò Uldrich piegato sulle ginocchia. - E quindi?

- Quindi attacchi, e nell’attaccare ti difendi. Ogni tua parata dev’essere pronta a tramutarsi in un affondo, se non intercetta il colpo dell’avversario. E quando trova il varco, deve entrare dentro e colpire. Colpire e colpire, fino alla vittoria. Non indugiare mai, dammi retta, chiudi il combattimento appena puoi. Più esso si protrae, più rischi di essere ferito o, peggio, sconfitto. Nell’arena mi cimentavo in molte sfide al primo sangue o che non prevedevano morti.

- Ah sì? - Il Rosso si raddrizzò con un ghigno sardonico. - E io che credevo vi scannaste tutti i santi giorni.

Eusebio scosse la testa. - Con quello che costa addestrare un gladiatore, sarebbe folle macellarlo alla leggera. Erano esibizioni cruente e spettacolari, il pubblico aveva il suo sangue, ma senza morti a meno di incidenti. In quei casi la lotta doveva durare il tempo necessario a risarcire gli spettatori del denaro sborsato. Poi però c’erano i duelli all’ultimo sangue. E quelli, - gli occhi pallidi di Eusebio dardeggiarono, - era essenziale chiuderli il prima possibile.
     
Il Rosso ridacchiò con gli occhi bassi. Finse di voltargli le spalle con noncuranza, salvo aggredirlo con un pugno improvviso. Eusebio non era in guardia, nondimeno i suoi riflessi furono sufficienti a consentirgli la parata.

- Non avevi detto che era impossibile parare un pugno da vicino? - gli ringhiò Uldrich faccia a faccia.

- A meno di non cogliere un movimento preparatorio. - replicò il chierico serafico. - E io ho imparato a riconoscere le movenze della tua gamba zoppa.


                                                   (da La Stagione delle Ceneri - Trilogia dell'Estraneo (vol.2))



mercoledì 28 marzo 2018

Il Campo di Spade...

"Rudger s’ingobbì sul bastone, tanto da allarmare il servitore per la paura che stesse per venire meno. Il Primo Generale gli sussurrò qualcosa all’orecchio e raddrizzò la schiena più che poté.

- Bruciare i miei caduti? Tramutarli in cenere? - Rudger osservò il pulviscolo grigio che vorticava sopra le fiamme. - Sicché è davvero questo che mi resta da fare?

- Viviamo una stagione oscura, dove la luce vacilla e a noi non è dato seppellire i nostri morti. Tutto ciò che possiamo fare è consegnarli alle fiamme, di modo che le loro spoglie possano essere consegnate a loro volta al vento. Cenere nel vento, e il loro ricordo nel cuore.

- Eppure io non mi sono rassegnato. Vieni, non ho finito di farti vedere.

Sostenuto dal servo e dal bastone, Rudger lo portò oltre la cortina fumigante delle fosse incendiate. Attraversarono un boschetto di salici ricoperti di cenere, costeggiarono uno stagno tappezzato di ninfee, fino a raggiungere un vasto spiazzo all’ombra delle mura nord-orientali. Delle aiole e delle siepi che l’avevano decorato non restavano che tracce sporadiche. Un semicerchio di tozze costruzioni marmoree abbracciava lo spiazzo. L’iconografia delle sculture e il senso delle epigrafi non lasciavano dubbi in merito alla loro natura funeraria. Ma non erano i sepolcri a catturare l’attenzione.

L’area erbosa dinanzi ai marmi scintillava del riflesso di decine e decine di lame d’acciaio. Spade, per la maggior parte, conficcate con la punta nell’erba. C’erano anche altre armi: scuri, azze, picche, alabarde. Ma le spade predominavano, di ogni tipo e dimensione. Dalle daghe a lama corta agli stocchi, dalle bastarde a una mano e mezza alle temibili flamberghe da fanteria pesante. Alcune avevano un elmo posato sull’impugnatura, altre uno scudo appeso all’elsa, altre ancora una cintura o un lembo di livrea annodati alla lama. Una piccola, eterogenea foresta di metallo cresciuta in un angolo di quella città disgraziata.

- Quelli sono i sepolcri dei Margravi che hanno scelto di farsi seppellire a Genes. E questo invece, - la voce di Rudger si tramutò in un sospiro - è il nostro omaggio ai compagni caduti. Non possiamo seppellire le loro spoglie nel rispetto delle nostre tradizioni, così piantiamo le loro armi nella terra che rifiuta di accoglierli. Tumuli d’acciaio innalzati in loro memoria. Noi lo chiamiamo il Campo di Spade.

Egli osservò le armi tramutate in lapidi, il riverbero blando della prima luce sulle lame affilate. Su alcune erano ancora intuibili le tracce dell’ultimo sangue spillato. Altre erano opacizzate dal velo di cenere trasportato dalle pire funebri. - Hai riconosciuto una legittima ricompensa a chi ha combattuto al tuo servizio.

- Ricompensa? Le ricompense valgono per i vivi. Ho voluto solo commemorarli come si conviene a dei guerrieri. La loro polvere si disperderà pure nel vento, ma meritavano il loro cimitero. - Rudger chinò il capo e per un po’ sembrò assorbito in contemplazione del Campo di Spade. - Tu che vieni alla mia porta, - si decise quindi a dire, - e che sembri conoscere il vero volto di quest’incubo, rispondimi: oltre a bruciare i caduti e piantare le loro spade, possiamo ancora combattere? Non solo per difenderci in attesa della fine, voglio dire, ma per provare a vincere.

- Io sono qui per questo. - gli rispose laconico."

                                                   (da La Stagione delle Ceneri - Trilogia dell'Estraneo (vol.2))



mercoledì 21 febbraio 2018

Vennero senza fretta sotto la pioggia sferzante...

"Vennero senza fretta sotto la pioggia sferzante. Da dietro l’angolo che conduceva al portale, per spargersi nel quadrilatero irregolare della corte. La maggior parte procedeva eretta, molti zoppicavano, altri ciondolavano curvi per il lastricato nero squarciato dai rovi. C’era chi si appoggiava a una stampella di fortuna, chi si trascinava sui monconi di una o tutt’e due le gambe. Storpi e infermi, il fisico mortificato dagli stenti e, per la gran parte di loro, pervertito dal morbo. Sotto lo scudiscio del temporale, corpi scavati e macilenti, sguardi allagati dalla pazzia.

Invasero la corte di Château Montreuil alla stregua di un gregge orfano di pastore: impacciati, smarriti. In mezzo a loro, fra i dementi e gli appestati, vagavano anche alcuni morti resuscitati. I vivi li ignoravano, finché uno degli zombi non decideva di ghermirne qualcuno per affondargli i denti addosso. Allora si scatenava un piccolo parapiglia che di solito si concludeva col non-morto che portava a terra la vittima per ucciderla e pasteggiare nell’indifferenza generale. Facevano eccezione alcuni di essi che si accucciavano a disputarsi la carcassa con lo zombi assassino in un’agghiacciante crapula fra disperati. Cannibali per necessità, privi di senno come conseguenza, oppure viceversa. Fra loro c’era chi ostentava macabri ornamenti fra gli stracci: uno indossava una rozza collana di denti, un altro un orecchio per ciondolo, un terzo teneva un cranio muffito appeso alla vita. I più pazzi tra i pazzi, scorti solo di sfuggita nella nebbia quando la compagnia aveva attraversato il borgo senza nome.

I vivi e i morti furono fatti entrare a reclamare la carità del conte, nel giorno in cui Sua Grazia apriva la dispensa per spartire le sue vivande. L’evento era stato annunciato. Era stato tuttavia sottaciuto che le scorte del castello erano esaurite. Il conte aveva mantenuto ugualmente la promessa: le porte erano state spalancate e gli invitati accolti fra le mura a banchettare a proprio piacimento con il cibo, quale esso fosse, ivi contenuto.

Il gregge prese lentamente possesso del cortile. Altrettanto lentamente, lo smarrimento scivolò via dai loro sguardi squilibrati, sostituito da un bagliore vorace."

                                                   (da La Stagione delle Ceneri - Trilogia dell'Estraneo (vol.2))


giovedì 18 gennaio 2018

Meet the Characters - Lord Lestat de Montreuil

Riprendo dopo qualche mese la presentazione dei personaggi della "Trilogia dell'Estraneo", introducendone uno che fa la sua comparsa tra le pagine de "La Stagione delle Ceneri".
Si tratta di Lord Lestat, Comte de Montreuil.
Nobile di natali, discendente di una dinastia in origine gloriosa, da tempo decaduta in un baratro di tenebra, incarnazione forse dell'ultimo volo della sfortunata larenzia che campeggia sul blasone della sua casata...
Accompagno l'estratto con un disegno molto 'draft' abbozzato come di consueto senza altra pretesa che connotare su carta l'aspetto del personaggio concepito nella mia testa.

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Lord Lestat de Montreuil sembrava un uomo alto e muscoloso. L’apparenza però ingannava: gli indumenti di velluto spesso, il mantello imbottito, le protezioni d’acciaio, tutto nel suo abbigliamento contribuiva ad accentuarne la stazza. Sotto gli strati dei vestiti egli intuiva un fisico un tempo gagliardo, divorato adesso da qualcosa che lo rendeva più sottile e rattrappito. Era giovane il conte, venticinque anni o anche meno, eppure sembrava più vecchio di dieci. Rispetto all’apparizione nel cortile aveva indossato un pettorale d’acciaio sopra il farsetto di velluto viola e bracciali fino ai gomiti e schinieri alle gambe. Si era preparato alla battaglia, il giovane conte. Si leggeva nell’equipaggiamento e nell’intersezione dei lineamenti contratti. Un viso affilato, scarno e tirato. Muscoli in tensione sotto la pelle smunta, occhi che ardevano di luce febbrile. Occhi d’un inquietante colore violetto. E lunga chioma d’un bianco assoluto.

Lord Lestat era albino, nei capelli e nella carnagione. Un giovane albino consumato nella carne e forse anche nella mente dalla stessa infezione oscura che appestava il suo castello.

“Vi aspettavo.” parlò con voce gentile, dall’accento affettato, del tutto diversa dall’idioma brutale degli armigeri. Cominciò a scendere i gradini circolari della torre, senza fretta. Egli scorse il riflesso della lumiera appesa al soffitto sull’anello a forma di farfalla che portava all’anulare della mano destra allorché strinse le dita sull’elsa della spada alla cintura. Lestat sguainò senza fermarsi, con un gesto elegante. Il movimento fu moltiplicato per cento dagli specchi che tappezzavano le pareti della torre. “La Torre degli Specchi,” disse il conte con un sorriso, “l’opera folle di uno dei miei tanti folli antenati. Una volta esistevano anche dei piani, prima che qualche altro conte del passato decidesse di eliminarli. Se vi siete interrogato sulla sua ragione d’esistere, avete sprecato il vostro tempo. La follia non tollera ragioni.”

“Anche io aspettavo di incontrarti.” Egli attese ai piedi della lunga spirale di gradini. Un vivido senso di precognizione d’addensava gradualmente dentro di lui. Percepiva l’imminenza degli eventi nello scricchiolio dei passi del conte e nell’invisibile frullio sulla sua testa. “Per convocarti.”

“Convocarmi?” Lestat scosse il capo. “Avete sprecato altro tempo ancora.”
      
“Io non credo.”

Lestat si bloccò a metà della discesa. Portò la spada di piatto davanti al viso: una lama bastarda istoriata col motivo della farfalla, elsa a crociera decorata di ametiste, lunga impugnatura fasciata di cuoio nero. L’acciaio era lucidato a specchio, in contrasto con la superficie graffiata del pettorale. “Questa è Funerea,” Lestat eseguì un saluto marziale, “la spada dei miei padri. Con essa combatterò, nella loro memoria.”

“Non sono qui per combattere.” Egli cominciò a salire, sagoma nera riflessa negli specchi. “Sono qui per parlare.”

Gli inquietanti occhi violetti di Lestat, cerchiati di pelle livida, seguirono passo passo la sua arrampicata. “So quello che venite a dire, qualcuno prima di voi me l’ha anticipato.”

“E’ dalla mia bocca che lo dovrai udire.”

Egli percorse l’ansa priva di ringhiera delle scale. Raggiunse il pianerottolo mediano su cui lo aspettava Lestat, la spada ancora ritta davanti al viso. Faccia a faccia, si scrutarono con attenzione.

“Io vengo a riferirti le parole di un Oracolo immortale, ti convoco al servizio della luce che lotta per non tramontare.”

La bastarda di Lestat colpì di traverso, fendente a due mani. Egli estrasse in un baleno direttamente con la sinistra, in presa rovescia. La sua spada incontrò Funerea con un clangore risonante. Attraverso le armi incrociate s’incontrarono anche gli sguardi dei due contendenti.

“Non sono qui per combattere. Sono qui a preservare il barlume della speranza dalle tenebre dell’ultimo crepuscolo. Per farlo mi serve il tuo aiuto.”

“Io dalle tenebre sono nato e nelle tenebre sono vissuto.” ansimò Lestat con gli occhi sbarrati. “Non esiste luce a Château Montreuil, non è mai esistita. Dimora atavica di ombre senza speranza di redenzione.”

Lestat spintonò per staccare le spade. Arretrò il piede destro sul gradino superiore, guardia alta a due mani. Egli puntò la sua lama contro il conte. “Non ti sto offrendo una scelta, neanche a te. Tu sei uno dei Sacrificati eletti dal Destino per compiere la profezia. Aprirai gli occhi alla verità e aiuterai altri a farlo. Il Crepuscolo insanguina le montagne attorno al tuo castello, è tempo di venire fuori a combatterlo.”




giovedì 14 dicembre 2017

Presents for Christmas

Che sia un ebook fresco di download o un cartaceo fragrante di stampa, poco importa: a Natale un libro resta sempre un amico fedele di chi il dono lo fa e ancor più di chi lo riceve! 😊